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  • Conferenza del 28 febbraio 2003

    L'AIDS

    Prof. Mario PAGLIALUNGA PARADISI
    Dott.ssa Stefania PAGLIALUNGA PARADISI

    28 febbraio 2003
    L'AIDS (sindrome da immunodeficienza acquisita) rappresenta la manifestazione tardiva di un processo di progressiva compromissione della funzione immunitaria che permette a microrganismi normalmente benigni di proliferare con effetti letali nei soggetti colpiti da infezioni opportunistiche. Tale compromissione è conseguenza in primo luogo della continua diminuzione dei linfociti T4 (o Thelper) che rivestono un ruolo chiave per le difese immunitarie dell'organismo, provocata dal virus dell'immunodeficienza umana (HIV). Oltre ai linfociti T4, che inizialmente erano ritenuti l'unico bersaglio del virus, possono essere infettate altre cellule del sistema immunitario come macrofagi e lo si può anche trovare in cellule del sistema nervoso e dell'intestino e probabibilmente in cellule del midollo osseo.

    La principale modalità di trasmissione del virus consiste nel rapporto sessuale, ma può essere anche trasmesso attraverso il sangue infetto (scambio di siringhe, trasfusioni). Infine si può avere trasmissione da una madre infetta al feto o al neonato.

    L'infezione mostra, molto schematicamente, tre fasi distinte: la fase iniziale o fase acuta ha una durata da due a quattro settimane. Nel corso di essa il virus si replica massicciamente cosicché particelle virali libere si possono trovare nel liquido che circonda il cervello e nel midollo spinale oltre che nel circolo sanguigno dove può raggiungere livelli di concentrazioni elevati (fino a 10 milioni di particelle virali/ml). Questa prima fase di replicazione può essere accompagnata da febbri, esantemi, sintomi che ricordano l'influenza, e talvolta da disturbi neurologici.

    La risposta immunitaria alla fase iniziale produce una brusca diminuzione della viremia plasmatica e porta ad un periodo di latenza (seconda fase) che dura in genere diversi anni. Tuttavia durante tale fase l'HIV continua a replicarsi ed a provocare un calo lento ma inesorabile dei linfociti T4. I linfociti T4 del sangue non rappresentano il sito principale di replicazione durante la fase cronica asintomatica dell'infezione. La replicazione dell'HIV avviene in gran parte nei tessuti linfoidi.

    La perdita progressiva dei linfociti T4 porta infine alla fase finale dell'infezione caratterizzata da un complesso di sintomi clinici definito appunto come AIDS. In quest'ultima fase la replicazione del virus può assumere un andamento esplosivo. È da notare che il virus si comporta in maniera diversa secondo il tipo di cellula ospite ed il livello di attività che questa possiede. Nei linfociti T può rimanere quiescente per un tempo indefinito, indissolubilmente legato alla cellula ma nascosto al sistema immunitario della propria vittima. Tuttavia quando i linfociti vengono stimolati può distruggerli replicandosi in maniera esplosiva. In altre cellule del sistema immunitario per esempio nei macrofagi e nei loro precursori, i monociti, il virus continua a proliferare lentamente, risparmiando la cellula ma probabilmente alterandone la funzione.

    Per la maggior parte dei pazienti il primo segno di compromissione del sistema immunitario è la comparsa di linfoadenopatia cronica, cioè gonfiore persistente dei linfonodi. Sintomi blandi sono rappresentati da perdita di peso, manifestazioni cutanee lievi, infezioni ricorrenti del tratto respiratorio superiore ed Herpes zoster. Manifestazioni di moderata gravità sono: perdita di peso > 10%, candidosi orale, TBC polmonare, febbre prolungata (> 1 mese) e diarrea inspiegabile, infezioni da Herpes simplex, infezioni batteriche serie, setticemia da Salmonella. L'AIDS conclamata è caratterizzata da infezioni opportunistiche che provocano una serie di stati patologici come polmonite, encefalite, diarrea persistente, cecità, infiammazione del tratto intestinale, setticemia ricorrente da salmonella, linfoma, sarcoma di Kaposi (tumori della cute e del rivestimento degli organi interni). Negli stati terminali dell'infezione molti pazienti accusano il cosidetto complesso demenziale da AIDS, una patologia caratterizzata da perdita graduale della precisione sia del pensiero che del movimento. Attualmente la lista delle patologie indicative dell'AIDS comprende 26 quadri clinici.

    La comprensione del ciclo vitale dell'HIV è stato di fondamentale importanza per la messa a punto di strategie per combattere l'AIDS. La replicazione dell'HIV è un meccanismo complesso che passa attraverso diversi stadi. Il virus della immunodef cienza umana appartiene alla famiglia dei retrovirus. I retrovirus sono così chiamati perché invertono quello che veniva considerato il flusso normale dell'informazione genetica. Nelle cellule umane il materiale genetico é costituito da DNA; quando i geni sono espressi il DNA viene innanzitutto trascritto in RNA messaggero (m-RNA) e questo serve poi da stampo per la produzione delle proteine. L'informazione genetica nei retrovirus è invece contenuta nell'RNA che deve essere trasformata in DNA. Solo a questo punto si ha la trascrizione in m-RNA e poi la traduzione in proteina secondo la normale sequenza. Il ciclo di replicazione ha inizio quando una glicoproteina dell'involucro virale, la gp 120 si lega saldamente ad un'altra glicoproteina, la CD4 particolarmente abbondante sulla superficie dei linfociti T4 che perciò costituiscono il principale bersaglio dell'infezione da HIV.

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    Il virus si fonde quindi con il linfocita introducendovi sia due filamenti identici di RNA virale che le proteine e gli enzimi del nucleocapside che saranno necessari nelle fasi successive del ciclo vitale del virus. Un enzima ha il compito di convertire l'informazione genetica virale in DNA. Si tratta di una DNA-polimerasi che innanzitutto sintetizza una copia di DNA a filamento singolo (DNA provirale) a partire dal RNA virale. Un enzima ad essa associato la ribonucleasi distrugge l'RNA di partenza; a questo punto la polimerasi sintetizza una seconda copia di DNA utilizzando la prima copia come stampo. La polimerasi e la ribonucleasi insieme costituiscono la trascrittasi inversa.

     

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    L'informazione genetica virale, ormai sotto forma di DNA a duplice filamento (la stessa forma in cui la cellula contiene i propri geni) migra nel nucleo cellulare e viene integrato ad opera di un altro enzima virale, l'integrasi, nel DNA della cellula ospite. A questo punto l'infezione diventa permanente. In seguito il DNA provirale viene ritrascritto in RNA dalla RNA polimerasi II cellulare. Una parte di questo RNA è destinata a fornire il materiale genetico per dare origine ad una nuova generazione di virus, mentre altri filamenti di RNA funzionano da RNA messaggero, il quale ha lo scopo di far funzionare la macchina cellulare addetta alla produzione delle proteine strutturali e degli enzimi del nuovo virus. I virioni sono assemblati a partire da copie multiple di due differenti molecole proteiche presenti nel rapporto 20 a 1. La proteina più abbondante è il precursore dell'involucro che, nei virioni completi racchiude l'RNA e gli enzimi. L'altra proteina, più voluminosa, contiene le stesse componenti strutturali, ma comprende ulteriori segmenti che diventeranno enzimi virali. Le due proteine, via via che vengono prodotte, migrano alla periferia della cellula dove una molecola di grasso situata all'estremità di ciascuna di esse la fissa all'interno della membrana cellulare.

    Aggregandosi questi precursori formano una protuberanza che sporge all'esterno e al disotto della membrana cellulare. A mano a mano che il virione prende forma due filamenti di RNA virale vengono racchiusi nel suo interno.

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    Uno degli enzimi contenuti nel precursore proteico più lungo compie il passaggio finale della maturazione del virus. Si tratta di una proteasi (cioè di un enzima che scinde le proteine idrolizzando il legame peptidico CO-NH) che si stacca dalla catena proteica del precursore e libera poi altri enzimi ( la DNA-polimerasi, la ribonucleasi, l'integrasi, oltre ad altre molecole di proteasi) dalle molecole più lunghe di precursore. Divide quindi i precursori più corti e quello che rimane di quelli più lunghi in quattro segmenti ciascuno. Tre di essi collassano e formano una struttura a forma di cartuccia che racchiude l'RNA e gli enzimi mentre il quarto segmento rimane fissato all'interno della membrana della cellula.

    Quindi il virione completo resta avvolto in un frammento di cellula ospite quando si stacca da essa per gemmazione e il suo rivestimento contiene l'elemento strutturale finale dell'HIV, cioè la proteina dell'involucro. Questa viene prodotta e trasportata alla superficie della cellula dalla cui membrana sporge un insieme di punte arrotondate indipendenti dalle proteine del nucleocapside.

    Ogni punta in realtà un complesso di due o tre unità identiche che sono a loro volta formate da due componenti associate. Una glicoproteina (Gp 120) sporge all'esterno della cellula e quindi dall'involucro del virione una volta che si è staccato, l'altra, la glicoproteina gp 41, si inserisce come uno stelo nella membrana. Questi complessi glicoproteici sono di fondamentale importanza, come abbiamo già visto nel processo di propagazione del virus.

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    La marcata riduzione del numero dei linfociti T4 osservata nei malati di AIDS, oltre al processo infettivo ora descritto, è causata anche e sopratutto da vari meccanismi di deplezione indotti indirettamente dall'HIV.

    Nello schema semplificato del ciclo replicativo dell'HIV sono indicati i bersagli vulnerabili all'attacco dei farmaci.

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    Quelli che finora hanno attratto le maggiori attenzioni sono la trascrittasi inversa e l'HIV proteasi. Sono stati studiati e continuano ad essere studiati numerosi composti come inibitori di tali sistemi enzimatici. A tuttt'oggi (2002) 15 farmaci sono stati specificatamente approvati per il trattamento delle infezioni da HIV. Sette sono analoghi nucleosidici della trascrittasi inversa fra cui c'é la zidovudina (AZT) il primo e forse il più famoso farmaco anti AIDS. Tre sono inibitori della trascrittasi inversa non nucleosidici. Cinque farmaci sono inibitori dell'HIV proteasi. I meccanismi con cui agiscono gli inibitori di questi due enzimi verranno descritti successivamente.

    Le terapie anti AIDS preferite sono attualmente terapie combinate con tre farmaci. La monoterapia praticata all'inizio ha prodotto solo benefici transitori. I risultati più promettenti sono stati ottenuti con combinazioni a base di due analoghi nucleosidici inibitori della trascrittasi inversa e di un inibitore dell'HIV proteasi.

    Anche se si sono avuti indiscussi successi nel rallentare la riproduzione del virus e quindi migliorare le condizioni di vita del paziente, per minimizzare la replicazione residua del virus nel sistema nervoso centrale e ridurre quindi l'incidenza della demenza da AIDS, qualsiasi terapia antiretrovirale dovrebbe includere almeno un farmaco in grado di oltrepassare la barriera ematoencefalica.

    In una elevata percentuale di casi si é ottenuto un abbassamento prolungato nel tempo dei livelli di RNA virale nel plasma al disotto della soglia di rivelabilità dei tests commerciali attualmente disponibili (200-500 copie/ml di RNA). I risultati di tali studi hanno modificato profondamente le convinzioni dei medici circa i trattamenti da prescrivere. La soppressione della replicazione virale al più basso livello possibile potrebbe non solo ridurre le complicazioni dell'infezione ma anche prevenire o almeno ritardare lo sviluppo della resistenza. La possibilità di una completa eradicazione del virus è ancora oggetto di discussione e costituisce un attivo settore di ricerca.

    Per quanto concerne i tempi dell'intervento terapeutico, le raccomandazioni attuali sono che la terapia dovrebbe essere presa in considerazione per tutti i soggetti sieropositivi con un numero di cellule CD4+ inferiore a 350/mm3 o con concentrazioni di HIV RNA plasmatico superiori a 55.000 copie/ml, indipendentemente dalla presenza dei sintomi.

    Prima di iniziare il regime a tre farmaci è necessaria una dettagliata discussione con il paziente per assicurarsi della sua volontà di intraprendere un regime complesso e potenzialmente tossico. Ciò è particolarmente importante nei soggetti asintomatici nelle fasi precoci della malattia, dal momento che il mantenimento del regime terapeutico per lungo tempo costituisce il principale problema. Una aderenza non stretta al regime terapeutico può portare ad una rapida ripopolazione del virus ed allo sviluppo di ceppi resistenti. Nel caso di fallimento del regime iniziale, vanno sostituiti tutti i farmaci della combinazione con altri non ancora assunti.

    Come detto precedentemente i farmaci approvati per il trattamento delle infezioni da HIV sono inibitori della trascrittasi inversa ed inibitori dell'HIV proteasi. Per quanto riguarda gli analoghi nucleosidici inibitori della trascrittasi inversa, questi derivati sono didesossi nucleosidi ed agiscono da inibitori e da substrati dell'enzima a seguito di una attivazione fosforilativa. Come si può notare (Schema 1) esaminando la struttura del derivato nucleosidico AZT, primo farmaco approvato per il trattamento delle infezioni da HIV, lo zucchero legato alla base azotata timina è privo dell'ossidrile (OH) in posizione 3', essenziale per la costruzione della catena polinucleotidica del DNA. L'AZT trifosfato è un analogo della desossitimidina trifosfato (dTTP) e oltre ad inibire competitivamente la trascrittasi inversa è in grado di incorporarsi nella catena del DNA provirale in formazione al posto della dTTP, provocando un arresto della crescita della catena.

    Schemi di strutture molecolari:

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    Alcune statistiche:

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  • Conferenza del 21 febbraio 2003

    2) I PROCESSI COGNITIVI "INCONSCI":
    OVVERO L'ALTRA FACCIA DELLA LUNA

    Prof. Michele CAMPANELLI

    21 febbraio 2003
    Lo stato attuale delle conoscenze sui fattori somatici e psicologici che intervengono nella regolazione del comportamento e nelle sue alterazioni, consente e rende anzi necessario, un approccio clinico integrato ad una serie di disturbi emotivi e comportamentali di vastissima diffusione.
    In tale ottica, è nato il Dipartimento di Psichiatria-Neuroscienze e Psicoterapia di Villa Letizia, uno dei pochissimi e forse l'unico Centro clinico in Italia rivolto alla valutazione e al trattamento multidisciplinare di problemi psichici e di psicopatologie di diversa natura ma tra di loro connesse da intensi rapporti patogenici (es., disturbi della condotta alimentare, disturbi depressivi, disturbi neuroendocrini, ecc.).
    Il prof. Michele Campanelli, Psichiatra e Psicoterapeuta del Centro Europeo di Psicoterapia Integrata, guida il CIDAP (Centro Italiano Disturbi Alimentari Psicogeni, Roma); attento alle esigenze del paziente, ha dedicato tutto il suo impegno al perfezionamento della psicoterapia.
    Per questo ha la speranza – o pretesa - di poter fornire un servizio altamente specialistico di supporto al lavoro dei suoi colleghi, con i quali auspica di intraprendere, e poi mantenere, il più intenso scambio di dati e di opinioni, restando aperto a qualunque proposta di collaborazione.
    Secondo quanto troviamo scritto anche in internet, "egli, come tanti altri, si è talmente abituato a 'dare' che ha perso di vista i propri bisogni; Michele Campanelli vive in un mondo suo". Un mondo del quale ci racconta in questa sua singolare opera.
    Questa ed altre caratteristiche della "originale" personalità di questo psichiatra appare con evidenza nella sua ultima opera, di cui ci aveva anticipato la stampa: "Quella straordinaria attitudine ad amare. Le confessioni di uno psicoterapeuta" (Ed. Clueb, Bologna, 2004) In quest'opera, secondo le sue parole "è un misto di ricordi, di passioni vissute, di teorie scientifiche, di elaborazioni ma, soprattutto, è un viaggio alla ricerca di nuovi valori".
    All'analisi di se stesso. Il lettore è confrontato con l' "Uomo Campanelli" e con lo "scienziato" in un intreccio di ricordi e teoremi ai quali fa da sfondo una non comune "onestà intellettuale". Non si parla tanto di "Disturbo Alimentare", ma della vita di un terapeuta che è alla ricerca di comprendere, attraverso i teoremi scientifici che ha fatto suoi – specie l'approccio cognitivo -, la propria esistenza.
    Relativamente i processi cognitivi inconsci, non si può, ha esordito il nostro relatore, trascurare che in Italia vi sono oltre due milioni di giovani con disturbi alimentari.
    Anoressia e bulimia, quel rifiuto o quell'abbuffata di cibo che nascondono una carenza affettiva, e anche una nuova forma di nevrosi più subdola e meno identificabile: le adolescenti di oggi mangiano normalmente i loro pasti a tavola (senza le esagerazioni dei bulimici), davanti agli occhi vigili dei genitori, poi si rifugiano in bagno pochi minuti dopo e rivomitano tutto, per riuscire a mantenere il peso ideale. Un comportamento che negli ultimi quattro anni ha avuto un'impennata (più 30 per cento).
    Queste pazienti - ha proseguito Campanelli - possono andare avanti anche per sei o sette anni prima di essere scoperte. A tradirle sarà proprio il loro fisico debilitato. Ora questo fatto di presentarsi con un corpo "filiforme", come del resto vengono presentate le modelle, è uno dei motivi che porta a sottostimare il numero delle donne e delle ragazze che soffrono di disturbi alimentari: i dati ufficiali dei centri specializzati parlano di quasi 150 mila ragazze colpite, 60 mila per bulimia e 80 mila per anoressia, ma in realtà i problemi con il cibo toccano almeno due milioni e duecentomila italiane.

    Un mondo sommerso che vive in silenzio la lotta contro il proprio peso e la propria "fame" di affetti negati. E che non sempre cerca un aiuto: solo il 10 per cento di loro lo farà e in ogni caso dopo molto tempo dall'esordio della malattia. In media infatti passano 3-4 anni negando il problema, un altro parlando del disturbo, e solo dopo si rivolgono a un medico. Una scelta obbligata a quel punto, perché i danni causati dai disturbi alimentari finiscono per provocare anemia, crampi muscolari, distruzione dei denti, demineralizzazione delle ossa.
    Una patologica conflittualità con il cibo che secondo gli esperti rivela un vuoto interiore, spesso causato dall'assenza di uno dei due familiari e che si combatte con l'aiuto di psicoterapeuti e nutrizionisti. Comunque, secondo Campanelli, l'assenza della famiglia è la causa di molti disturbi alimentari (Prendo l'occasione per avanzare in questa parentesi una riserva, e cioè come il Prof. Michele Campanelli abbia una "originale e stravagante" teoria sulla sessualità. Come mio giudizio l'ho formulato dopo aver letto in internet il suo articolo "La sessualità negata. Una lotta senza fine", e dopo aver sfogliato alcune pagine del suo libro sopra citato).
    Ma continuiamo nel riportare il suo pensiero - in questo caso abbastanza condivisibile -, dove punta il dito contro i genitori troppo lontani dai figli a causa del lavoro e sull'interruzione troppo precoce (perfino entro il terzo mese) dell'allattamento al seno, considerati i principali fattori di rischio dell'anoressia e degli altri disturbi del comportamento alimentare.
    A lanciare l'accusa sarebbero i dati dello stesso studio promosso in otto regioni del Centro italiano per lo studio dei disturbi alimentari psicogeni (Cidap), su un totale di circa 4.500 ragazze fra 16 e 25 anni seguite a partire dal 1990.
    Secondo me, argomenta Campanelli - come del resto aveva precedentemente proposto il decano dei neuropsichiatri infantili, Giovanni Bollea -, le madri debbono avere la possibilità di vivere stabilmente e tranquillamente il proprio ruolo fino a quando il bambino non abbia acquisito quelle qualità psicofisiche e di personalità per avviarlo alla scuola materna, cioè tre anni.
    Io penso – dice Campanelli – che il ruolo della madre e la dinamica dell'allattamento sono decisivi nello sviluppo della personalità, ed ora , per la prima volta, uno studio mostra che il rapporto con la madre nella primissima infanzia ha rivestito un ruolo importante nella comparsa dei disturbi dell'alimentazione.
    Questa non vuol essere una accusa alle madri, ma un monito all'istituzioni. Servono leggi che mettano le madri in condizione di vivere in modo ottimale il rapporto con il neonato. Le madri come il neonato, avrebbero bisogno di tempo e tranquillità per sviluppare un legame affettivo, biologico e psicologico che non determini ripercussioni negative sullo sviluppo della personalità del neonato.
    A rendere necessario questo appello è la tendenza all'aumento, sia dei disturbi alimentari (ancora più comuni fra le ragazze), sia dei problemi di identità sessuale, più comuni nei ragazzi e correlati alle sempre più lunghe assenze da casa dei padri.
    Sembra inoltre che il ricorso all'allattamento artificiale, sia un fattore negativo da non trascurare nell'aumento di molti disturbi del comportamento alimentare e non.

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  • Conferenza del 14 febbraio 2003

    IL CERVELLO E I SUOI MISTERI

    Prof. Maurizio DOMENICUCCI

    14 febbraio 2003
    Il cervello è un'interfaccia fisica dell'anima per guidare e animare il corpo fisico. Di per se stesso è responsabile dell'interpretazione degli impulsi sensori, della coordinazione e del controllo delle funzioni corporali, come l'esercizio dell'emozione e del pensiero.
    Parte sinistra del cervello: il funzionamento focalizza il logico, ciò che si sente è la percezione reale.
    Parte destra del cervello: il funzionamento focalizza l'immaginazione, la filosofia, la creatività e la percezione di quello che è al di là dei cinque sensi.
    Il cervello utilizza le pulsazioni di frequenza per processare la coscienza. Beta sembra essere la frequenza predominante, ma la psiche è abbastanza abile nel cercare un'esperienza cosciente da tutte le altre gamme conosciute. Altri modelli come delta, teta e alfa sono necessari per la stabilità mentale e fisica. Senza la natura stabilizzante delle altre frequenze, certe esperienze come la schizofrenia possono verificarsi nei casi in cui l'accelerazione beta non viene sostenuta.
    Nel sonno normale, le onde beta non si spengono, in quanto la parte cosciente si avventura in altri regni. L'onda cosciente, in effetti, fluisce al di sotto delle altre.

    È attraverso il cervello che elaboriamo i nostri pensieri: il pensiero!

    La comunicazione interiore di idee, parole e nozioni all'interno della mente. I pensieri creati dalla gente, spesso diventano la loro realtà.
    Dato che i pensieri non possono essere visti, in genere non vi è la percezione che abbiano una forma. Comunque, i nostri modelli mentali si innalzano come fiamme di fuoco insieme ai desideri in atto. Questi modelli cercano una forma, anche quando scadono, ma non hanno alcuna forma riconoscibile e potrebbero connettersi a realtà diverse dalla nostra immediata.
    I pensieri sono come le cellule, in quanto hanno la propria struttura e cercano il proprio completamento. Perfino ogni cellula entro il corpo viene in un certo qual modo alterata dal pensiero, che a sua volta altera l'ambiente dell'individuo. Il cervello e il corpo successivamente rispondono nel comportamento a seconda di come sono condizionati. Il che crea una situazione dinamica dove i pensieri che si susseguono possono impegnarsi a perpetuare ulteriori risposte cellulari. Se vi è un fattore limitante, è contenuto entro la nostra percezione della realtà e delle aspettative. Infine, noi individualmente scegliamo di sperimentare uno dei possibili eventi, mentre altri eventi vengono realizzati in altre realtà o sequenze temporali.
    Dato che il pensiero è energia, e l'energia non può essere distrutta, questa è la prova che vi è una qualche forma di esistenza dopo la morte fisica.

    Il cervello come il nostro corpo appartiene alla biologia e alla fisica: la materia

    L'esistenza effimera della materia e dell'energia. Spesso vi si fa riferimento, ma non lo si limita, al corpo umano, per distinguerlo dalla mente e dallo spirito. Ogni essere umano è animato da un'anima incarnata.
    Dal momento in cui il corpo fisico nasce, inizia a morire. Nulla di ciò che è concepito nel mondo della materia riesce a raggiungere la permanenza.
    Il corpo è solo una macchina, facilmente gravato oltre le proprie capacità. Il corpo paga il prezzo per un lavoro eccessivo e la mancanza di riposo. Vi è un equilibrio di cui ognuno di noi dovrebbe essere cosciente. Se ci si armonizza al corpo, la mente e lo spirito, si può mantenere la salute e uno stato maggiormente conscio di molti fattori, incluse le richieste corporee.
    Il corpo fisico è il mezzo attraverso il quale lo spirito si esprime. Se lavora troppo, non riesce a svolgere le proprie funzioni. Il sonno, per esempio, è necessario per rinfrescare e riportare la vitalità al corpo fisico. Come la natura stessa che si prepara durante l'autunno al sonno invernale, si sveglia in primavera per raggiungere la piena gloria in estate.

    DOMANDE E RISPOSTE

    Prima domanda: Cos'è il neurone?

    Risposta: Il neurone è una cellula nervosa. Il cervello è fatto da circa 100 miliardi di neuroni.

    I neuroni sono simili alle altre cellule del corpo in quanto:

    • Sono circondati da una membrana.
    • Hanno un nucleo che contiene i geni.
    • Contengono citoplasma, mitocondri ed altri "organuli".
    • I neuroni, però, differiscono dalle altre cellule del corpo, perchè:
      • 1. Hanno prolungamenti specializzati che si chiamano dendriti e assoni. I dendriti portano le informazioni al corpo cellulare, mentre gli assoni le portano dal corpo cellulare ad altre cellule.
      • 2. I neuroni comunicano fra di loro grazie a processi elettrochimici.
      • 3. I neuroni formano contatti specializzati che si chiamano sinapsi e producono speciali molecole chimiche chiamate neurotrasmettitori che vengono liberate dalle sinapsi.

    Seconda domanda: Cosa vuol dire che "Usiamo solo il 10% del nostro cervello"? E' vero?

    Risposta: No...non è vero. Usiamo tutto il nostro cervello. Per dire poi che usiamo il 10% del nostro cervello suppone che noi sappiamo quale sia l'uso del 100% del nostro cervello, ma questo noi non lo sappiamo. Se poi dire che usiamo solo il 10% del cervello vuol essere una suggestione per usare di più e meglio le potenzialità del nostro cervello, allora va bene segnalare questa percentualità del 10% per alludere a quanto noi tutti siamo molto pigri!

    Terza domanda: Quanto è grande il cervello? Quanto pesa?

    Risposta: Il cervello adulto pesa fra 1300 e 1400 grammi. Quello di un neonato ne pesa fra 450 e 400. Qualche paragone:

    • cervello di elefante = 6.000 gm
    • cervello di scimpanzè = 420 gm
    • cervello di scimmia rhesus = 95 gm
    • cervello di cane = 72 gm
    • cervello di gatto = 30 gm
    • cervello di ratto = 2 gm

    Quarta domanda: Quanti neuroni (cellule nervose) ci sono nel cervello? Quanto sono grandi?

    Risposta: Si pensa che vi siano 100 miliardi (100.000.000.000) di neuroni nel cervello umano. Per avere un'idea di quanto siano 100 miliardi, si pensi a questo:

    Pensa di contare tutti i 100 miliardi di cellule con una cadenza di una al secondo: quanto tempo ci metteresti? Secondo i miei calcoli ci vorrebbero circa 3.171 anni!!!. Prova a fare tu i conti. (Ricorda che ci sono 60 secondi in un minuto; 60 minuti in un'ora; 24 ore in un giorno; 365 giorni in un anno.) Per inciso NON ho tenuto conto degli anni bisestili. Probabilmente, comunque, ci verrebbero ancora di più di 3.171 anni, perchè ci vuole più di un secondo per dire i grossi numeri.

    Un altro modo per immaginare 100 miliardi:

    Immagina che un neurone sia grande 10 micron (è solo un'approssimazione, perchè i neuroni hanno tante forme diverse. Comunque, 10 micron è una misura piccola, molto più piccola del punto alla fine di questa frase). Ok ... se tu potessi allineare tutti i 100 miliardi di neuroni, quanto verrebbe lunga la linea? Controlla i miei conti!!

    1 neurone = 10 micron
    10 neuroni = 100 micron
    100 neuroni = 1000 micron = 1 mm
    1.000 neuroni = 10 mm = 1 cm
    100.000 neuroni = 100 cm = 1 m
    100.000.000 neuroni = 1000 m = 1 km
    10.000.000.000 neuroni = 100 km
    100.000.000.000 neuroni = 1000 km

    Mentre tutti i neuroni uno dietro l'altro farebbero una linea lunga 1000 km, la linea stessa sarebbe spessa solo 10 micron... invisibile ad occhio nudo!!!

    Per avere un'idea di quanto sia piccolo un neurone, facciamo ancora qualche conto:

    Il punto in cima a questa "i" è di circa 0,5 mm (500 micron). Quindi, se si considera che un neurone sia di 10 micron, potresti mettere in fila 50 neuroni lungo il diametro del punto.

    Quinta domanda: Quanto è grande il cervello rispetto al resto del corpo? Quanto è lungo il midollo spinale e quanto pesa? Quanto velocemente viaggiano le informazioni nel sistema nervoso?

    Risposta:

    Se pensi che una persona media pesa 70 kg ed il suo cervello 1400 g, il cervello è circa il 2% del peso corporeo.
    Mediamente, il midollo spinale è lungo 45 cm nell'uomo e 43 cm nella donna. Il suo peso è di circa 35 g.
    Le informazioni viaggiano a velocità diverse nei diversi neuroni. La velocità di trasmissione può andare da 0,5 metri al secondo fino a 120 m/s. 120 m/s vogliono dire 432 km l'ora!!! Verifica se anche i tuoi conti danno la stessa velocità. Altro ancora sulla velocità delle informazioni nel sistema nervoso centrale.

    Sesta domanda: Cosa studiano i neuroscienziati?

    Risposta: Il miglior modo per descrivere cosa fanno i neuroscienziati è forse quello di considerare "i livelli" ai quali possono essere condotti gli esperimenti nel campo delle neuroscienze:

    • Livello comportamentale: studio delle basi nervose del comportamento. In altre parole, perché le persone e gli animali fanno quello che fanno.
    • Livello sistemico: studio delle varie parti del sistema nervoso, come il sistema visivo o quello uditivo. A questo livello si studiano anche le connessioni fra le varie parti del cervello.
    • Livello dei circuiti locali: studio delle funzioni svolte da gruppi di neuroni (cellule nervose).
    • Livello neuronale: studio dell'attività di singoli neuroni in relazione ad un qualche "evento". A questo livello si studia anche il contenuto dei singoli neuroni (studio dei neurotrasmettitori).
    • Livello sinaptico: studio di cosa succede nelle sinapsi.
    • Livello di membrana: studio di cosa succede a livello dei canali ionici della membrana cellulare di un neurone.
    • Livello genetico: studio delle basi genetiche della funzione neuronale.

    Settima domanda: Come si diventa neuroscienziati? Per quanto tempo bisogna andare a scuola?

    Risposta: Ovviamente, bisogna aver fatto le elementari e le medie, inferiori e superiori: 5 + 3 + 5 = 13 anni. Poi serve una laurea: 5 o 6 anni, se tutto va bene. A questo punto si entra in un campo specifico con un dottorato od una specializzazione: altri 3 o 4 anni.

    Così siamo già a 21-23 anni di scuola. Durante il dottorato o la specializzazione ti puoi già considerare un neuroscienziato in formazione, dopo puoi già esserlo. Molti, però, continuano la loro educazione in diversi laboratori utilizzando assegni di ricerca, borse di studio post-dottorato o contratti di ricerca. In questo periodo si imparano nuove metodologie e tecniche sperimentali o si approfondiscono quelle già note. Questo ulteriore periodo prende in genere da 2 a 4 anni. La speranza della maggior parte dei neuroscienziati, infine, è di trovare lavoro nelle università, negli ospedali o in ditte specialistiche.

    Ottava domanda: Perché i neuroscienziati fanno quello che fanno?

    Risposta: Ogni neuroscienziato ha le sue ragioni per scegliere questa carriera, ma sono sicuro che molti di loro sono motivati dalla curiosità si saperne di più sul cervello. I neuroscienziati desiderano anche scoprire nuovi trattamenti e cure per le malattie che affliggono il sistema nervoso. Negli Stati Uniti, le malattie neurologiche colpiscono più di 50 milioni di persone ogni anno, con un costo di miliardi di dollari. La tabella, riferita agli Stati Uniti, riporta qualche dato numerico sulle principali malattie neurologiche.

    Le principali malattie del Sistema Nervoso sono:

    • Dolore cronico 97.000.000 100
    • Perdita dell'udito 28.000.000 56
    • Depressione 18.700.000 30,4
    • Alzheimer 4.000.000 90
    • Infarto 3.800.000 40
    • Epilessia 2.500.000 3,5
    • Traumi cranici 2.000.000 25
    • Schizofrenia 2.000.000 32,5
    • Parkinson 1-2.000.000 25
    • Sclerosi multipla 350.000 2,5
    • Lesioni traumatiche del midollo spinale 250.000 5

    Nona domanda: Chi è stato il primo neuroscienziato?

    Risposta: Hmmm ... Non penso che qualcuno conosca davvero la risposta. Posso solo dire la mia opinione. In alcuni crani, vecchi di almeno 10.000 anni, ci sono degli strani fori. Gli scienziati ritengono che quei fori siano stati praticati intenzionalmente per "far uscire gli spiriti cattivi". Ciò potrebbe voler dire che quella gente aveva una qualche idea che la testa o il cervello fossero importanti per la salute ed il benessere: forse loro potrebbero essere stati i primi neuroscienziati.
    La prima volta che la parola "cervello" è stata scritta, è stato nell'antico Egitto. La parola "cervello" ed altre "neuro- parole" sono riportate nel Papiro Chirurgico di Edwin Smith, che fu scritto da un ignoto chirurgo egiziano intorno al 1700 avanti Cristo.
    Il filosofo Aristotele (384-322 a.C.) è stato tra i primi "pensatori" a scrivere sul cervello e sulla mente. Aristotele, però, riteneva che il cuore, non il cervello, fosse importante per l'intelligenza. Un altro antico neuroscienziato è stato Galeno (129-199 d.C.). Anche il nostro Leonardo da Vinci (1452-1519), che è vissuto molto più tardi, può essere considerato un neuroscienziato.

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  • Incontro del 10 febbraio 2003

    SPIRITUALITÀ ED ESPERIENZE
    CON MADRE TERESA DI CALCUTTA

    Com.te Mario PALANDRI
    Resp. IMLC Antonio SERANGELI

    10 febbraio 2003
    CALCUTTA ... PERCHÉ ?
    Parecchi anni fa, durante un viaggio cadde il mio orologio per terra. Mi ricordai della caduta di San Paolo e della sua folgorante conversione. Poco tempo prima era caduto con il suo elicottero un mio amico e collega, morto, con il suo meccanico ed il passeggero. Pensai che non era necessario cadere per cambiare la propria vita, ma che, con la grazia di Dio, era possibile convertirsi, cambiare il corso della propria vita così, come il pilota cambia la direzione del proprio aereo.
    Impostai allora quel viaggio, che facevo intorno al mondo con la mia famiglia a condizioni di eccezionale favore per il mio lavoro di pilota, in modo da far vedere anche ai miei figli, non le solite attrazioni turistiche, ma anche e soprattutto i vari aspetti della vita comprese varie visite ad orfanotrofi ed altro.
    Alcuni gesti compiuti durante tali visite mi avevano riempito il cuore di una gioia indescrivibile. Per anni avevo attribuito tale grande gioia alla convinzione di aver fatto qualcosa di buono . Desideravo quindi provare ancora quella gioia che mi sembrava vera felicità. Tutte le volte che potevo fare qualcosa di buono, a favore di qualcuno che aveva in qualche modo bisogno di aiuto, ecco che rispuntava quella gioia, quella felicità.
    Ho avuto il grande dono di incontrare persone molto vicine a Dio, come Papa Giovanni XXIII e Madre Teresa di Calcutta. Anche in tali circostanze avevo sentito grande gioia.
    Con mia moglie Lucia abbiamo incontrato più volte le suore di Madre Teresa e Lucia ha espresso il desiderio di andare a Calcutta ed ha scritto per esprimere tale intenzione. Ricevuta una risposta positiva con le indicazioni pratiche del caso, restava da stabilire il periodo e la data di partenza. L'occasione è venuta con la partenza di suor Gertrude che conoscevamo da anni. Decisi di accompagnare Lucia e suor Gertrude restando inteso che Lucia sarebbe andata alla casa dei bambini ed io alla casa dei moribondi.
    Ed eccoci finalmente a Calcutta, Lucia ed io, dove la giornata cominciava molto presto per poter raggiungere la "Mother House" verso le 5 e 50 del mattino per partecipare alla Santa Messa delle 6 e dopo una piccola colazione, raggiungere, i centri di Shishu Bavan, presso la Casa dei Bambini di Madre Teresa di Calcutta. Naturalmente ci univamo con gioia a tutti gli altri volontari che provengono da tutto il mondo. Altri volontari andavano in altri centri sempre fondati da Madre Teresa o lungo le strade di Calcutta, nei luoghi dove era maggiore il bisogno.
    Lucia aveva scelto il centro dei bambini nel settore dei bambini handicappati, anche perché a Roma assisto già i malati terminali di oncologia. Io avevo chiesto ed ottenuto di andare al centro dove sono assistiti i malati in fin di vita.
    Lucia è venuta anche lei per un paio di giorni al centro di Nirmal Hirdai. Il lavoro si svolge dalle 8 alle 12, con un breve intervallo verso le 11 e per chi lo desidera e/o se la sente per un paio di ore al pomeriggio. Dire quello che si fa, non è facile e non è bello, basta dire che si cerca di attuare il comandamento dell'amore ricordando il vangelo di Matteo ... lo avete fatto a me.
    Mi è stato chiesto di dire qualche cosa di questa nostra esperienza nella possibilità che ciò possa servire ad altri. Con un certo imbarazzo parlo di queste cose, ma la gioia che ho, anzi, abbiamo provato, è tale che il desiderio di condividerla supera il naturale riserbo. Tornando alle precedenti esperienze posso dire che ora mi sento di paragonare il tumulto che si è scatenato nei nostri cuori, con l'esperienza fatta dai discepoli di Emmaus che dicevano fra di loro: " ... non ardeva forse il nostro cuore quando Egli, lungo la via, ci parlava e ci spiegava le scritture..." dicevo ad un volontario che stava curando con amore un morente: "Vedi come è bello il volto di Gesù? Sempre diverso eppure sempre lo stesso".

    E allora, stasera, permettetemi che mi rivolga ad ognuno di voi con queste parole:

    Fratello, sorella, vorrei lavarti i piedi


    Non ti sorprenda questa mia umile richiesta che forse
    Ti giunge inaspettata, eppure un vivo desiderio di lasciare
    Scorrere l'infinito Amore di Dio che anche attraverso un
    Povero peccatore come me può giungere a chi mi ascolta.

    Vorrei conoscere il tuo nome di battesimo, di ciascuno
    Di voi, cingere il grembiule del servizio, e inginocchiato
    Ai vostri piedi sciogliere i vostri calzari e come un
    Povero servo inutile immergere i vostri piedi nell'acqua
    Resa tiepida dall'amore e con molto tenero amore vorrei far
    Scorrere via assieme alla polvere delle strade che avete percorso
    Anche tutte le ansie, le preoccupazioni, le contrarietà
    In modo da lasciare le vostre menti er i vostri
    Cuori liberi di lasciarsi ricolmare dall'amore di
    Dio che da tutta l'eternità ci conosce per nome
    E ci ama infinitamente.
    Fino a donare il proprio Figlio che ha
    Preso su di se tutti i peccati del mondo ed
    Ha patito le pene della passione fino alla
    Morte ed alla morte di croce
    Per la nostra salvezza.

    Aggiungo semplicemente a quanto bene ha detto l'amico Palandri che anche il mio incontro con Madre Teresa è stato per me e mia moglie Maria Rosa davvero provvidenziale, e con una punta d'orgoglio non posso non dire che abbiamo fatto parte del primo gruppetto di laici che a Roma si strinsero attorno a lei.
    Mi sembra bello stasera dire che anche per noi, l'incontro con Madre Teresa è stato l'inizio del cammino interiore che, molto bene, e con brevità, ha descritto Susanna Tamaro:

    "Il cammino interiore è simile al
    lavoro che una volta facevano gli
    uomini per accendere il fuoco.
    Si batte e si ribatte una pietra contro
    l'altra, senza stancarsi, finché
    scocca la scintilla. Per nascere il
    fuoco ha bisogno del legno ma per
    divampare deve aspettare il vento.
    Cerca dunque sempre il fuoco nella
    tua vita, attendi il vento, perché
    senza fuoco e senza vento i nostri
    giorni non sono molto diversi da
    una mediocre prigionia".

    Grazie di avermi ascoltato.

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