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  • Conferenza del 30 maggio 2003

    L'UOMO NELLA SUA UNITÀ DI:
    CORPO - MENTE E SPIRITO

    Dott.ssa Elisabetta ANDREOLI
    Prof. Pier Giorgio FOGLIO BONDA

    30 maggio 2003


    Tre caratteristiche principali:

    • Patologia fisica dimostrata relativa ad un unico sistema organico
    • Assenza di fattori eziologici organici chiari e sufficienti
    • Concomitanza di fattori psicosociali con l'insorgenza, il mantenimento o l'aggravamento della patologia organica.

    Da sempre è stata accettata l'esistenza di un nesso tra "stati emotivi" e "malattie organiche":

    • Assiro-babilonesi (2500 aC): la malattia non proviene solo dall'esterno ma anche dall'interno
    • Ippocrate: la malattia dipende da fattori ambientali + sociali + emotivi
    • Platone & Aristotele: i problemi emotivi sono un fattore determinante della perdita della salute
    • Galeno: l'interazione soma/psiche è costante e fondamentale.

    Medioevo, Rinascimento ... fino al s. XIX: corpo e psiche

    • realtà "parallele"
    • collegate solo "estrinsecamente"
    • salute e malattia dipendono esclusivamente da fattori corporei o mentali.

    Sec. XIX e inizi sec. XX:

    • quasi tutti: prospettiva esclusivamente "organicistica"
    • tuttavia "eccezioni":
      • Jacobi: popolarizza il termine "disturbi psicosomatici"
      • Freud:
        • Inscindibile unità corpo/psiche
        • Rapporto "transazionale" tra i due
        • Nelle malattie organiche: fattori psicogeni; nei disturbi psicopatologici molte volte: condizionatori biologici
        • Influenza emotiva nella genesi e nello sviluppo delle malattie organiche
        • Fondamentale importanza della "relazione terapeutica".
      • Dopo Freud: sempre più accettata la teoria della reciproca influenza dei fattori organici e di quelli psichici nella manifestazione, nel decorso e nella terapia delle malattie.
      • Oggi: quattro "indirizzi concettuali" fonamentali relativi ai disturbi psicosomatici:
        PSICODINAMICO – PSICOFISIOLOGICO – SOCIOCULTURALE – SISTEMICO.

    1. - La prospettiva PSICODINAMICA

    • Ferenczi (1910): conflitti e le fantasie rifiutate ⇔ disturbi psicosomatici
    • Groddeck (1910) : "significato psichico" di alcune malattie organiche
    • Alexander (1934): conflitti inconsci ⇔ "scarica" su organi "fisiologicamente predisposti ad ammalarsi
    • Ruesch (1958): "disturbo psicosomatico" come conseguenza di un "disturbo della comunicazione" ("regressiva")
    • Sifneos & Nemiah (1970): "alessitimia" ⇔ "disturbo psicosomatico.

    2. - La prospettiva PSICOFISIOLOGICA

    • Pavlov (1903) e "Reflessologia": tutte le emozioni ⇔ concomitanti fisiologici
    • Cannon (1927): reazioni emotive ⇔ SNA ⇔ risposte fisiologiche
    • Wolff (1943): "eventi esistenziali ⇔ risposte fisiologiche, che se e quando si prolungano ⇔ cambiamenti anatomici
    • Selye (1945):
      • "STRESS" (evento o situazione)
      • "Sindrome generale di adattamento" = reazione "attacca o fuggi"
      • emozioni ⇔ SN/Sendocrino ⇔ reazioni fisiologiche ⇔ alterazioni anatomiche ⇔ disturbo psicosomatico
    • Friedman & Rosenman (1959): personalità "Tipo A" e "Tipo B"
    • Mason (1968): "variabili psicologiche": fattore primario per determinare:
      • La "magnitudo" dello stress
      • La "gravità" e la "durata" delle reazioni organiche

    3. - La prospettiva SOCIO-CULTURALE

    • Horney (1939) – Mead (1947): "influenze socioculturali": fondamentali per lo sviluppo e il tipo dei "disturbi psicosomatici".
      SCHEMA DI BASE: cultura ⇔ figura materna ⇔ rapporti affettivo/educativi ⇔ caratteristiche emotive ⇔ reazioni neuro-endocrino-immunologico ⇔ disturbo psicosomatico
    • Holmes & Rahe (1975): socio-cultura = fattore essenziale per determinare la gravità obiettiva e soggettiva degli "stress"
    • Cassel (1976): fattori socio-culturali = fondamentali per aumentare/diminuire la "vulnerabilità" del soggetto agli "stress", alle malattie fisiche e ai disturbi psichici.

    4. - La prospettiva SISTEMICA

    • Lipowski (1970): nello sviluppo e per la comprensione dei "disturbi psicosomatici" sono ugualmente significativi e vanno sempre analizzati e integrati gli aspetti:
      • Interni del paziente: costituzionali, genetici, endocrini, metabolici, immunitari, neurologici, emotivi e cognitivi
      • Esterni al paziente: infettivi, ecologici, relazionali, culturali, ambientali, situazionali
      • Relativi alla storia e alle esperienze (passate e presenti) del paziente.

    5. - PROBLEMI ANCORA "APERTI"

    • Alcuni autori: la affermazione dell'esistenza di "disturbi psicosomatici" è indice di ignoranza, di incapacità o di impossibilità diagnostica.
    • Non chiaro il rapporto che esiste tra: dinamismi neuro-immuno-endocrino-metabolici ⇔ fattori psicologici ⇔ condizionatori socio-culturali e ambientali.
    • Esiste un rapporto tra specifiche caratteristiche di personalità e particolari disturbi psicosomatici?
    • Esiste una "predisposizione" a manifestare disturbi psicosomatici. Se sì: di che tipo? (genetica? Costituzionale? Neuro-endocrino-immunitaria? Dovuta a processi di apprendimento? Condizionata da fattori relazionali? Determinata dalla cultura, dall'ambiente, dalle esperienze passate? ... da TUTTI questi fattori?).
    • Se, fino a che punto e come le carattgeristiche psichiche (cognitive ed emotive); le dinamiche relazionali; le modalità educative e di sviluppo; i vissuti esperienzaiali... influenzano il mantenimento o il recupero della salute e i processi di malattia (e di morte).
    • Perché si ammala un organo o un sistema organico e non un altro?:
      • Alcuni ipotizzano l'esistenza di un "organo bersaglio": teoria dell' "inferiorità dell'organo" (Adler); teoria del "linguaggio dell'organo" (Alexander).
      • Si tratta di teorie mai dimostrate e attualmente poco accettate.
    • Perché anche quando è stato elaborato e "risolto" il problema psicosociale o ambientale identificato come co-fattore della manifestazione o del'aggravamento della patologia , questa non guarisce in tempi rapidi o non si cura affatto? ("strutturazione" di un "meccanismo patologico"? "strutturazione" di una "modalità peculiare di risposta"? "strutturazione di una particolare "vulnerabilità organica"?...).

    6. - La DIAGNOSI dei "disturbi psicosomatici"

    • Una corretta valutazione diagnostica è essenziale per poter definire una malattia come "disturbo psicosomatico"
    • In primo luogo deve trattarsi di una diagnosi medica
    • Va ricordato che per poter diagnosticare una malattia come "disturbo psicosomatico"
      • Non basta che non sia stato identificato un fattore organico "sufficiente"
      • È anche imprescindibile che sia stata rilevata la presenza di possibili co-fattori psicosociali
    • La diagnosi di un "disturbo psicosomatico" deve essere sempre PLURIDISCIPLINARE ("liaison consultation" – "lavoro di èquipe"):
      • Medica: visita e anamnesi medica – analsi biochimiche – indagini strumentali ...
      • Psicologica: colloquio psicodiagnostico – questionari – test obiettivi e proiettivi - ...per il rilevamento delle caratteristiche di personalità e di condotta e delle modalità relazionali
      • Sociale: valutazione dei condizionatori socio-ambientali, culturali, educativi, ...

    7. - La TERAPIA dei "disturbi psicosomatici"

    Tre approcci considerati sempre come idispensabili e complementari (intervento "pluridisciplinare"): MEDICO – PSICOSOCIALE – AMBIENTALE:

    • Intervento MEDICO
      • Riferito agli aspetti biofisiologici (sintomatici ed eziologici) del disturbo psicosomatico
      • Va considerato sempre come essenziale
      • Ha importanza porimaria durante la fase acuta del disturbo psicosomatico
      • Va pianificato ed attuato in èquipe
      • Nei disturbi psicosomatici è essenziale che il medico:
        • Analizzi la situazione del paziente in una "prospettiva globale"
        • Valuti l'incidenza patologica dei fattori non propriamente bisofisiologici
        • Faciliti la disponibilità del paziente ad accettare gli interveni psicosociali
        • Stabilisca una valida relazione con il paziente
        • Mantenga una sistematica collaborazione con lo psicologo.
    • Intervento PSICOSOCIALE
      • Valutazione della presenza di fattori psicologici, interazionali e/o socio-culturali e della loro eventuale incidenza (predisponente – precipitante – di rinforzo) nella manifestazione e nel decorso del disturbo psicosomatico
      • Durante la fase acuta del disturbo: si tratta di un intervento compelmentare a quello medico, per favorire:
        • L'accettazione della patologia
        • Atteggiamenti di responsabilizzazione e di "compliance"
        • La consapevolezza della presenza di cofattori non organici
        • L'iniziale comprensione e controllo di questi co-fattori
      • Durante la fase non-acuta del disturbo psicosomatico: quello psicosociale è un intervento co-primario e co-essenziale a quello medico. (In questa fase l'intervento medico è di tipo preventivo; serve a mantenere lo stato di salute del paziente; è finalizzato all'ulteriore controllo dei sintomi patologici)
      • Di vario tipo: tecniche di rilassamento – training autogeno – meditaizone – ipnosi – biofeeedback – counseling – psicoterapie
      • Psicoterapie:
        • Individuali – della coppia – della famiglia – di gruppo
        • Comportamentali – cognitivo-comportamentli – psicodinamiche (di sostegno – ricostruttive)
        • Obiettivi specifici:
          • Interventi individuali:
            • Rilassamento – autocontrollo
            • "Compliance" delle prescrizioni
            • Favorire la comprensione dei possibili co-fattori psicosociali della patologia
            • Stimolare il cambiamento delle condotte inadeguate
            • Promuovere la connsapevolezza dei bisogni rifiutati o rimossi; dei conflitti collegati; delle difese messe in atto
            • Favorire la modifica delle condotte inadeguate di adattamento e di difesa
            • Stimolare la soluzione dei conflitti; lo sviluppo delle potenzialità; l'integrazione della personalità
          • Interventi di coppia e/o familiari:
            • Conoscenza dei problemi
            • Comprensione delle dinamiche di coppia e/o familiari
            • Identificazione delle modalità per promuovere quelle funzionali e superare quelle patogene
            • Superamento delle situazioni di "beneficio secondario"
          • Interventi di gruppo:
            • Favorire la abreazione dei contenuti conflittuali di tipo relazionale
            • Stimolare atteggiamenti interazionali produttivi e gratificanti
            • Promuovere dinamiche di rinforzo reciproco
    • Intervento AMBIENTALE
      • Identificare l'esistenza, la significatività e le modalità per controllare gli "stressori ambientali":
        • Che hanno condizionato la predisposizione a sviluppare un disturbo psicosomatico
        • Che l'hanno fatta precipitare
        • Che la mantengono e/o rinforzano
        • Promuovere la modifica degli "stressori" ambientali:
          • Superamento dei condizionatori negativi (a livello di coppia, famiglia, lavoro, ambiente, ecc.)
          • Promozione dell'igiene mentale del paziente: adeguato "stile di vita"; funzionale distribuzione del tempo; dedicare spazio al relax, al divertimento, allo sport, al riposo, ecc.

    8. - CONCLUSIONI

    • Corpo e psiche sono realtà inscindibili, interdipendenti, che si condizionano a vicenda in maniera "transazionale".
    • Tutte le patologie organiche hanno conseguenze psicosociali ("somatopsichiche"); tutti i disturbi psichici hanno connotati organici (anche se non sempre si tratta di veri e propri "disturbi psicosomatici").
    • Quando c'è una malattia fisica o un disturbo psicosociale è necessario analizzare e trattare sempre la persona nella sua integrità e articolazione bio-psico-socio-ambientale e situazionale.
    • Si può parlare di "disturbo psicosomatico" solo se esiste una patologia fisica di un organo o sistema; non ci sono fattori biofisiologici "sufficienti" per spiegarla; si rileva la presenza e concomitanza di fattori psicosociali con l'insorgenza, il mantenimento o il decorso della malattia.
    • Sono ancora molti e non sufficientemente chiariti i problemi che si pongono nell'ambito della psicosomatica, soprattutto riferiti alla comprensione degli specifici "meccanismi di interazione" tra fattori psicosociale e malattia e agli interventi terapeutici più funzionali.
    • Medici e psicologi devono cercare di evitare posizioni estreme e unilaterali; valutare specificamente ogni singolo caso; ipotizzare la presenza di un "disturbo psicosomatico" solo se e quando è possibile escludere la esclusiva fattorialità organica.
    • Sono tre gli aspetti essenziali da considerare nei disturbi psicosomatici: l'approccio "olistico" al paziente; l'importanza fondamentale della realzione medico/psicologo – paziente; la necessità di una sistematica "liaison consultation" sia nel momento diagnostico che durante l'iter terapeutico.
    • Sono tre gli atteggiamenti da evitare assolutamente nel caso dei disturbi psicosomatici: dare al paziente inadeguate rassicurazioni e creare inopportune "aspettative di cura"; dimunire la significatività che ha la "guarigione" della malattia organica; "colpevolizzare" il paziente o i suoi familiari per la presenza degli eventuali cofattori psicosociali del disturbo.

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  • Celebrazione solenne del 14 maggio 2003 Festa di San Mattia

    FUNZIONE TERAPEUTICA DELLA PREGHIERA

    Mons. Vincenzo JOSIA

    14 maggio 2003
    INTRODUZIONE

    Dovendo parlare di funzione terapeutica della preghiera, è necessario prima di tutto accennare ad alcune patologie di carattere morale da cui essere sanati nel contatto con Dio.
    Esse sono di tre tipi; malattie che riguardano il rapporto:

    • con se stessi; (A)
    • con gli altri; (B)
    • con Dio. (C).

     

    • L'autorifiuto, cioè la non accettazione di sé che si manifesta con il vittimismo, l'autocommiserazione, il senso di colpa.
      L'egoismo: che chiude l'uomo in sè stesso, soffocandolo nella prigione del proprio io, e impedendogli di aprirsi a Dio e agli altri.
      La lussuria: cioè il desiderio sfrenato di usare in modo disordinato della propria o altrui sessualità.
    • Malattie che riguardano il rapporto con gli altri:
      • l'io contro l'altro: l'odio, che a volte diventa violenza verbale, morale, fisica ...
      • l'io indifferente all'altro: l'altro per me è nessuno ...
      • l'io senza l'altro: "io faccio a meno degli altri"....
      • l'io sopra gli altri: la voglia di dominare gli altri, e di esercitare un potere su di loro, le loro idee, la coscienza, gli affetti, le decisioni...
      • l'io sotto l'altro: la dipendenza indebita, che rende la persona infantile e incapace di decisioni proprie.
    • Malattie che riguardano il rapporto con Dio:
      • la ribellione: attribuire a Dio molte cose che dipendono dalle leggi della natura, dalla libertà altrui e dalla nostra libertà;
      • l'indifferenza, e perciò una vita tutta concentrata in modo orizzontale, sulle cose materiali, senza un riferimento alla religione, alla fede.....
      • l'accidia spirituale: e quindi il blocco della volontà, che impedisce di pregare, di vivere la fede nella pratica, di essere fedeli ad un programma di vita spirituale serio.

    PERCHÉ AFFERMIAMO CHE LA PREGHIERA GUARISCE?

    • Perché l'uomo è fatto per Iddio, e nella preghiera l'uomo si incontra con Lui.
    • Perché nella preghiera l'uomo viene in contatto profondo, anche se parziale, col Fine Ultimo, superando in questo modo l'angoscia del non senso della sua esistenza.
    • Perché la dimensione religiosa è la dimensione più profonda dell'essere umano; ciò è dimostrato dalla storia delle religioni, dalla psicologia religiosa, dall'infelicità, spesso, di non credere. L'uomo nella preghiera vive in modo profondo ed esplicito questa dimensione "essenziale" del suo essere.

    Tuttavia, la preghiera guarisce a certe condizioni: Il rapporto con Dio, nella preghiera deve avere alcune caratteristiche:

    • Deve essere un rapporto vivo. La preghiera non deve essere un'abitudine, una ripetizione meccanica di formule, un'incombenza da sbrigare presto per essere tranquilli, un dovere da adempiere: questo tipo di preghiera non guarisce.
    • Deve essere un rapporto vero. È difficile attuare rapporti veri con le persone. L'orgoglio, la timidezza, la paura, l'egoismo, i vari meccanismi di difesa ... ce lo impediscono. Anche con Dio è difficile attuare un rapporto vero. Anche se sappiamo che con Lui non si può barare: A volte tentiamo di farlo...ci nascondiamo dietro le parole, le emozioni, le scuse, il perbenismo ... (cfr. Lc. 18, 9-14: il fariseo e il pubblicano).
    • Deve essere un rapporto profondo: Ciò significa amante e accogliente. Vuol dire incontrare Dio come Colui che ci ama personalmente... Dobbiamo amarlo perché infinitamente degno del nostro amore, percepire che siamo da Lui accolti e accoglierlo come il tutto della nostra vita.
    • Deve essere un rapporto teocentrico. Dio cioè deve stare al centro di tutto, perché Egli è l'Assoluto. Ecco perché Gesù nel Padre nostro prima ci fa chiedere "sia fatta la tua volontà...", e soltanto dopo i doni che ci servono per vivere. Egli con tutta la sua vita ci ha insegnato questa relazione profonda che si deve avere con IL PADRE Dio. Gesù era veramente teocentrico, non egocentrico (Padre-dipendente).
    • Un rapporto trasformante. La preghiera è autentica ed efficace soltanto se trasforma la vita. Infatti uno dei difetti principali della preghiera è che essa per molti è soltanto episodio della giornata, qualcosa che passa e non lascia traccia. Invece la preghiera trasformante è quella che chiama in causa la volontà. Tanta gente prega ma non guarisce mai, perché tra la preghiara espliciti a e la loro vita manca la cerniera della volontà (cfr. il paralitico guarito del vangelo: Gv. 5, 1ss).
    • Deve essere un rapporto vitale. La preghiera punta a creare un rapporto permanente con Dio: Soltanto così la vita diventa preghiera e la preghiera vita. Il rapporto continuo con il Signore è la fonte di continua energia guaritrice... L'unione continua che Gesù aveva con il Padre dirigeva tutti i suoi pensieri, le sue scelte, le sue parole e le sue azioni... "le parole che vi dico non le dico da me stesso" (Gv. 14, 10). Questa dipendenza continua di Gesù dal Padre faceva di lui un uomo totalmente armonizzato nella sua personalità.

    CONCLUSIONE: PERCHÉ LA PREGHIERA GUARISCE?

    • Perché la preghiera decentra il soggetto da sé stesso. L'uomo non è fatto per guardare sé stesso ma per guardare Dio e gli altri: L'uomo non è fatto per autocommiserarsi, ma per aiutare gli altri a sollevarsi dalla loro miseria.
    • Chi si concentra troppo su di sé è candidato alle malattie interiori. Chi invece esce da sé cammina verso la guarigione o previene addirittura ogni tipo di malattia interiore.
    • È l'effetto della preghiera, che fa uscire l'uomo da se stesso, concentrandolo sulla Persona divina, sul suo amore, sulla sua bellezza, la sua potenza, su tutto ciò che ha creato, sull'opera della redenzione. Questo decentramento è guaritore perché rispettoso della costituzione dell'uomo, che è un essere fatto per Iddio e per gli altri.
    • La preghiera guarisce perché unisce a Dio. Chi prega si incentra su Dio, si immerge in Dio, ama Dio in modo disinteressato e oblativo, realizza l'unità del suo essere spesso frantumato al suo interno ...

    Chi prega guarisce perché la tensione verso Dio unifica tutto l'essere umano, lo equilibra, lo armonizza, lo pacifica.

    Vincenzo Josia
    Il radar delle vacanze

    Perfino il corpo rispecchia l'armonia dello Spirito, che ha trovato in Dio la sua pace. "guardate al Signore e sarete raggianti ..." Sal. 34, 6ss; "Indice di un buon cuore è una faccia luminosa" Sir. 13, 25. Vedi anche Es. 34, 29: "Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui".
    Tutto questo avviene per effetto della reciprocità che si instaura tra lo spirito dell'orante ed il corpo. L'uomo, infatti è unità di corpo e di spirito. Anche a livello biologico col retto rapporto tra le funzioni chimiche elementari e quelle superiori (mentali). Mens sana in corpore sano, dice il popolo, ma è vero anche il contrario.

    • La preghiera, immergendoci in Dio ci libera dalla sofferenza, dalle delusioni, dagli smarrimenti della vita.
    • Dio ama rispondere alla nostra preghiera perché vuole la salvezza globale dell'uomo. Al punto che Gesù nel Padre nostro ci insegna a chiedere prima la gloria di Dio ma anche, poi, la liberazione dal male, la liberazione dell'uomo, la salute fisica e spirituale è pertanto consequenziale alla ricerca assidua e amorosa della gloria di Dio con la preghiera.josia01

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  • Conferenza del 9 maggio 2003

    SINTOMI E MALATTIE: "IL CORPO"
    IN AGOPUNTURA E MEDICINA AYURVEDICA

    Dott. Marco CASINI

    9 maggio 2003
    La malattia: il vocabolario la descrive come "un'alterazione transitoria e reversibile (entro i limiti della sopravvivenza) concernenti quei processi fisico-chimici, attraverso i quali l'uomo preserva la propria individualità in equilibrio dinamico con l'ambiente, attraverso i quali l'uomo preserva la propria individualità in equilibrio dinamico con l'ambiente". Sembrerà strano ma non c'è descrizione migliore per spiegare il nucleo centrale filosofico delle medicine orientali in genere; eppure nella pratica, a volte, le due medicine sono così distanti! I "problemi" nascono laddove una parte di pazienti che la medicina tradizionale ha etichettato come 'incurabili' è veramente migliorata con una medicina orientale.
    Ma il metodo scientifico dove lo mettiamo? Queste non sono scienze! Questo è un problema epistemologico: il neopositivismo ci spinge ad una 'chiarezza', basando sul risultato e sulla sua reiterabilità, il fondamento di tutta la scienza positiva. Il fatto che si stia trattando di uomini, impone il 'sacrificio' di componenti diverse da quelle fisico-meccaniche, quali ad esempio la psiche.
    Il dato che le persone migliorino con queste medicine, è inconfutabile e secondo me vi sono sufficienti e validi studi clinici che dimostrano che tutto ciò avvenga in percentuale maggiore del solo 'effetto placebo', insito in ogni terapia.

    Ma perché funzionerebbe l'agopuntura?
    I testi più antichi in nostro possesso, in alcune datazioni, fanno risalire gli albori dell'agopuntura al 2600 a.C. (l'Imperatore Giallo): testi successivamente rielaborati, ampliati da altri autori e scientificamente di più sicura datazione, giungono al 762 d.C.
    Nucleo fondante è la stretta relazione Uomo-Universo, universo che è regolato da 2 entità Yin e Yang opposte ma inscindibili tra loro.
    Lo YIN possiamo identificarlo con: la materia, la notte, il freddo, la donna, la terra.
    Lo YANG con: l'energia, il giorno, il caldo, l'uomo, il cielo.
    In natura però non esiste lo Yin puro o lo Yang puro: dove c'è lo Yin, c'è anche una parte di Yang: la perfetta armonia dei due primigeni significa salute.
    La malattia, ne consegue, è un 'alterazione di questa armonia: ripristinarla è il compito del medico; come si organizza dentro il corpo umano il fluire di queste energie (Yin e Yang ) 'sciolte' nei liquidi interstiziali? Attraverso percorsi privilegiati (meridiani) che non hanno pareti come le vene, ma che sono delimitati da ossa, muscoli, organi, nervi etc. Quanti sono i meridiani? 12, "come i dodici mesi".
    Come posso agire su questi fluidi carichi elettricamente e così modificarli in senso curativo? Agendo sui punti di agopuntura, che gli antichi ci descrivono come 'pozzi' in comunicazione con queste falde liquide. Queste modificazioni le farò con gli aghi che non sono altro che dipoli, cioè più semplicemente delle mini pile.
    Molti sono i punti di congiunzione tra agopuntura e medicina ayurvedica (Ayus = vita, veda = conoscenza), vediamone alcuni.

    • Innanzitutto sono più o meno coevi: i Rishi (antichi saggi indiani) hanno ricevuto le informazioni dai Deva (i suggestivi abitanti dei 'piani superiori'): furono così composti i Veda, i testi sacri. Il 1° Charaka samhita risalirebbe al 1.000 a.C.: è un testo che tratta della filosofia e della teoria della medicina e delle terapie. Alcuni principi generali:
      • i fini della scienza sono 2:conservazione e prolungamento della buona salute, lotta alla malattia.
      • Il successo terapeutico dipende dal medico, dalla terapia, ma anche dal paziente stesso . Il 2° testo Sushruta samhita è un trattato di chirurgia: tra amenità varie (la chirurgia è riservata ai benestanti, esistono 7 strati di pelle ...) ci sono dettagliate descrizioni delle ossa e delle fratture, nonché interventi con chiodi e bendaggi particolari. Siamo nel 600 a.C. Mi fermo in questa disamina per brevità.
    • La teoria dei 5 elementi costitutivi. In Cina il metallo crea l'acqua, questa crea il legno, questo crea il fuoco , che a sua volta crea la terra , che infine crea il metallo (owest). In India Aum (il suono primordiale) genera l'Etere (il Vuoto, l'orecchio), che genera Aria (il Movimento, la pelle), che genera Fuoco (il Metabolismo, l'occhio), che genera Acqua (le Secrezioni, la lingua), che infine genera Terra (le Parti consistenti, il naso).
    • La diagnosi delle malattie tramite lo studio dei POLSI: per entrambe le medicine esistono un numero incredibile di polsi, che variano durante la giornata, secondo il sesso e le stagioni. Viene data molta importanza alla loro analisi.

    Un capitolo a parte merita la TERAPIA: in entrambi i casi l'obiettivo comune è ripristinare la normale circolazione della\e energie all'interno del corpo: questo si può fare tramite aghi, moxa, massaggi, alimenti e diete, massaggi e soprattutto piante officinali per gli indiani.
    L'agopuntura principalmente basa la sua azione terapeutica sulla idrolisi dei soluti presenti nei liquidi extracellulari. La medicina ayurvedica (forse un po' troppo semplicisticamente) possiamo paragonarla ad una omeopatia orientale, che utilizza le sostanze medicamentose presenti nelle piante stesse.

    Cosa possiamo trattenere di queste culture millenarie? Questo è per me l'aspetto più stimolante di questa relazione: di fatto io nella mia pratica quotidiana utilizzo l'agopuntura e l'ayurvedica solo sporadicamente (forse meno dell' 1% di tutte le terapie), ma il beneficio culturale del loro studio è invece qualcosa che mi aiuta ogni minuto.
    Da una parte c'è la medicina occidentale, il metodo scientifico, la razionalità; dall'altra c'è lo studio dell'uomo fatto con poche risorse, affidato alla capacità intuitiva del medico, tramandato più per 'filiazione' che per scuola, l'affettività.
    Da una parte ho la certezza della SCIENZA, fatta anche di maniacale, esasperata, rigida attenzione del sintomo, del fare presto; dall'altra ho l'incertezza della INCO-SCIENZA, fatta anche di ascolto emozionale, di attese nella risoluzione del sintomo, di tempi lunghi.
    Molti medici si tranquillizzano nel vedere separati questi due mondi così apparentemente inconciliabili. Eppure è qualcosa che ci tocca, medici e pazienti: ciascuno di noi durante la propria vita, costantemente sperimenta il dubbio se percorrere una via affettiva piuttosto che una più razionale e sicura. Io credo addirittura che uno dei piaceri della vita risieda proprio nella lacerante certezza che ogni giorno che vivrò, avrò a che fare con un dubbio.
    Nella gestione della vita la verità bisogna cercarla: non trovo giusto categorizzare la medicina orientale come un gioco di magia, una fuga per ansiosi babbei, innamorati dell'eclettismo; non trovo giusto ritenere 'a prescindere' (direbbe Totò), di essere dalla parte giusta in quanto medico occidentale.
    Nella diversità (per quanto brutta essa sia) c'è sempre una ricchezza, che abbiamo l'obbligo culturale e morale di ricercare, prima di, eventualmente, buttarla via.

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