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  • Conferenza del 29 novembre 2002

    2) L'IMPEGNO POLITICO DEI CATTOLICI
    IN ITALIA DAL NON EXPEDIT
    AI GIORNI NOSTRI.
    I CATTOLICI TRA LE DUE GUERRE:
    DALL'ITALIA LIBERALE ALL'ITALIA FASCISTA
    E ALLO STATO REPUBBLICANO

    Dott. Benedetto COCCIA

    29 novembre 2002
    Alla vigilia della prima guerra mondiale la stampa cattolica, su quello che fu il problema di fondo – intervento o neutralità - si trova schierata, almeno in un primo tempo, quasi tutta a favore della neutralità, ma con estrema cautela, al fine di evitare accuse di antipatriottismo.
    Il più delle volte la difesa della neutralità era ispirata da motivi umanitari e da un logico antimilitarismo. Soltanto poche testate (e tra queste L'Unità cattolica) erano mosse al neutralismo da un sentimento filoaustriaco mai abbandonato da mezzo secolo. Tuttavia col trascorrere dei mesi si profilò qualche simpatia per l'intervento (Cfr. F. Meda, La guerra europea e gli interessi italiani, in Vita e pensiero, 30 marzo 1915; F. Meda, La violata neutralità del Belgio, in Vita e pensiero, 20 aprile 1915), anche perché il Vaticano - per ovviare al disorientamento dei cattolici di tutto il mondo - aveva distinto la posizione della chiesa e quella dei cattolici dei singoli paesi difronte alla guerra.
    Si distinse fra la neutralità della chiesa, necessariamente assoluta, e la neutralità dei cattolici italiani che poteva essere condizionata dall'inviolabilità del patrimonio morale della nazione; era come affermare che i cattolici potevano sentire il dovere di intervenire per difendere i diritti, le aspirazioni e gli interessi dello stato italiano. Sicchè quei cattolici che - vuoi per contagio dell'infatuazione nazionalista dilagante nel ceto medio, vuoi per sereno ripensamento sugli interessi della patria – cominciavano ad essere su posizioni interventiste, ora potevano farlo senza scrupoli di coscienza.
    Questa sorta di autorizzazione aprì la strada alla collaborazione da parte dei cattolici e dello stesso clero; questa partecipazione fu sancita ufficialmente nel giugno del 1916, quando si formò un ministero di "unione nazionale", e per la prima volta un cattolico, Filippo Meda, fu chiamato a far parte del governo come ministro delle finanze (Cfr. A. Fappani, L'entrata dell'on. Meda nel ministero Borselli, R.P.S., 1969; G. De Rosa, Filippo Meda e l'età liberale, Firenze, Le Monnier, 1959; Il nuovo ministero, in L'Osservatore romano 20 giugno 1916).
    Verso la fine della guerra si realizzò un'aspirazione di molti cattolici italiani: la fondazione di un partito politico di ispirazione cattolica, per iniziativa del sacerdote siciliano Luigi Sturzo(Sull'opera di Luigi Sturzo Cfr. G. De Rosa, Luigi Sturzo, Torino, Utet, 1977; G. De Rosa, L'utopia politica di Luigi Sturzo, Brescia, Morcellania, 1975; G. Campanini, Luigi Sturzo - il pensiero politico, Roma, Città Nuova, 1979; G. De Rosa, La filosofia politica di Luigi Sturzo, il pensiero sociologico di Luigi Sturzo, Roma, Istituto Luigi Sturzo, 1980).
    Già, in precedenza, altri tentativi erano stati fatti in tal senso, ma ormai i tempi erano maturi per la creazione di un partito politico di ispirazione cattolica, popolare e soprattutto aconfessionale. Al nuovo partito aderirono quasi tutte le testate del giornalismo cattolico, eccetto "L'Unità cattolica" che però mostrò una prudente simpatia per la nuova organizzazione politica. Organo di stampa del partito fu il settimanale Popolo nuovo diretto da Giulio Seganti.
    Il partito di Don Sturzo suscitò simpatie in alcuni liberali ed in genere nel ceto medio per una serie di ragioni: la rinascita del cattolicesimo avvenuta alla fine della guerra, la ricerca di una forza alleata sulla quale poter contare per arginare la pressione socialista, la constatazione di trovarsi difronte ad una forza in espansione. La sopravvenuta vocazione politica, a lungo sopita, nella maggior parte dei giornali cattolici porta, qualche volta, a disorientamenti di metodo. Nel dicembre del 1919 esce a Milano una nuova rivista quindicinale di politica e questioni sociali: Civitas (Per notizie su questa rivista cfr. Civitas, Antologia di scritti 1919-1925 a cura di B. Malinverni, Roma, 1963), diretta da Filippo Meda, volta alla formazione di quanti intendevano seguire l'indirizzo "popolare". Quando uscì questa rivista i popolari erano presenti a Montecitorio con ben cento deputati.
    In prossimità dell'avvento del fascismo iniziano serie difficoltà per gran parte del giornalismo cattolico. Nel 1922, in occasione delle elezioni amministrative, il partito popolare aveva deciso che i popolari si presentassero ovunque con liste proprie. Sicchè il giornalismo cattolico adottò, in quell'occasione, la tattica intransigente per accendere l'atmosfera di euforia e dare sicurezza ai cattolici. Ma i moderati - influenzati dalla tensione nazionalista e preoccupati per i continui scioperi che stavano paralizzando la vita della nazione - premevano affinché i cattolici facessero blocco con la destra, allo scopo di frenare l'avanzata dei sovversivi.
    Il partito popolare italiano fu costretto ad autorizzare l'entrata dei cattolici in blocchi di destra in comuni spiccatamente rossi come Ferrara, Modena, Torino. Tuttavia essi tenevano a precisare che non si trattava di alleanza con i fascisti. Il fascismo era considerato al pari del bolscevismo e il giornalismo cattolico aveva deplorato col medesimo tono gli assassini, gli eccidi, sia che a compierli fossero i socialisti e i comunisti sia che fossero i fascisti.
    Dunque la vocazione del giornalismo cattolico, in linea generale, era chiaramente antifascista; ma non mancarono le eccezioni. Ad esempio, a Milano, sempre in occasione delle elezioni amministrative del 1922, vi fu un serio contrasto tra il Partito Popolare e i cattolici moderati che erano entrati nel blocco di destra di cui facevano parte anche i fascisti; il quotidiano "L'Italia", alla cui direzione era stato anche Filippo Meda, oltre che preparare il terreno per questa alleanza, appoggiò la campagna elettorale del blocco che però fu battuto dai socialisti. Ben presto, però, sopravvennero una serie di avvenimenti (le persecuzioni, il sentirsi sganciati dall'opinione pubblica che era sempre più montata dalla propaganda fascista e soprattutto da quella borghese) che condussero al disorientamento di molti cattolici e al loro progressivo avvicinamento su posizioni filofasciste.
    A questo punto, poiché gran parte delle testate giornalistiche si stavano sganciando dal Partito Popolare Italiano, Don Sturzo decise di fondare un proprio quotidiano: "Il Popolo" le cui pubblicazioni ebbero inizio nel 1923 e si conclusero nel 1925. Nel corso del 4° congresso del partito, tenutosi a Torino il 12 aprile 1923, si era affermata la linea di quei cattolici che volevano condurre il Partito Popolare Italiano sulla strada della "leale collaborazione" col governo fascista.
    Dopo il congresso si ebbe la rottura tra fascismo e popolarismo. E' la fine per i popolari come per tutti i partiti politici, ma è anche la fine per una qualsiasi partecipazione dei cattolici alla vita politica del paese. La gerarchia ecclesiastica si era sempre tenuta in posizione neutrale nei confronti del Partito Popolare Italiano e le testate ufficiose del Vaticano, "L'Osservatore Romano" e "La Civiltà Cattolica" tenevano a ribadire che le organizzazioni cattoliche non avevano mai aderito al P.P.I. Queste precisazioni erano dettate dal timore che l'eventuale reazione violenta dei fascisti potesse coinvolgere e compromettere le associazioni cattoliche, e al tempo stesso che l'attività dei popolari potesse arrecare fastidi e imbarazzi alla S. Sede. Nel frattempo altri gruppi di cattolici si costituiscono in associazioni e movimenti per proclamare il completo consenso al governo fascista, dato che il fascismo "riconosce apertamente ed onora quei valori religiosi e sociali che costituiscono la base d'ogni sano reggimento politico, professando, contro le ideologie democratiche e settarie, principi di disciplina e d'ordine gerarchico nello stato, in armonia con le dottrine religiose e sociali affermate sempre dalla chiesa". Dal 1922 al 1926 furono devastate anche redazioni e tipografie di giornali cattolici, ma alla fine furono soppresse d'autorità pochissime testate; si preferì agire sugli uomini favorendo l'infiltrazione di giornalisti cattolici che simpatizzavano per il fascismo e che erano in definitiva gli eredi diretti della destra cattolica. Alcune riviste dell'Università cattolica come "Vita e pensiero" e "Rivista internazionale di scienze sociali" dopo il 1932 assunsero un atteggiamento filofascista. Le polemiche causate dal tentativo fascista di infeudare l'azione cattolica occuparono tutto il 1931 e costituirono la battaglia più importante del giornalismo cattolico durante il ventennio.
    Difronte all'azione fascista che proclamava l'incompatibilità tra l'appartenenza alle federazioni di universitari cattolici e quelle di universitari fascisti, tutta la stampa cattolica si mobilitò. Ma la rottura definitiva tra governo e cattolici si ebbe ai primi di giugno dello stesso anno, quando i prefetti di tutta Italia ordinarono lo scioglimento delle associazioni giovanili che non facessero capo al Partito Nazionale Fascista.
    Il 29 giugno 1931 Pio XI pronuncia per l'Azione Cattolica l'enciclica Non abbiamo bisogno, denunciando le durezze e violenze fino alle percosse e al sangue, irriverenze di stampa, di parola e di fatti contro le cose e le persone, demolisce inoltre l'accusa fascista consistente nell'affermare che i capi dell'Azione Cattolica fossero membri del Partito Popolare Italiano. Il motivo conduttore delle accuse era che Pio XI aveva fatto appello allo straniero e che la S. Sede si fosse alleata con le forze dell'antifascismo. Mussolini intuisce di essersi spinto troppo oltre in questo pericoloso tentativo di fascistizzare gli ambienti cattolici italiani e decide di non forzare oltre la situazione. Fra la S. Sede e il governo l' accordo, che prevede la compatibilità dell'appartenenza all'Azione Cattolica ed al Partito Nazionale Fascista, sarà concluso il 2 settembre 1931. Ha termine così il contrasto più grave fra mondo cattolico italiano e fascismo, ma al tempo stesso ha inizio un periodo di stasi e di attesa che testimonia anche la fine, almeno all'interno dell'Italia, dell'azione politica democratica dei cattolici italiani. Bisognerà attendere la fine della guerra per assistere al grande risveglio del giornalismo cattolico.
    Ricordiamo che nel 1913 le elezioni avvennero con suffragio universale maschile, purché avessero prestato servizio militare (introduzione di simboli elettorali per gli analfabeti). In quest'occasione Giolitti stipulò un accordo fra liberali e cattolici, il famoso Patto Gentiloni, dove i cattolici si impegnavano a votare i laici dove mancassero candidati cattolici o dove fosse presente il rischio di una vincita della sinistra. I liberali a loro volta s' impegnavano a tutelare la scuola privata e ad opporsi ad eventuali provvedimenti particolarmente sfavorevoli per la Chiesa (con tale patto venne a meno la storica separazione fra Stato e Chiesa). Comunque sia nelle elezioni del 1913 vi fu un forte progresso dei rappresentanti della sinistra. Giolitti nel marzo del 1914 si dimise dal Governo, qualche mese più tardi sarebbe iniziata la prima Guerra Mondiale.
    Con la fine della prima guerra mondiale (1919) si tennero le elezioni politiche che vennero realizzate con il nuovo sistema proporzionale, che consentiva a tutti i raggruppamenti, anche a quelli minori, di accedere al Parlamento (seggi in proporzione ai suffragi conseguiti). In queste elezioni avvenne l'ingresso ufficiale dei partiti politici. Ognuno di essi aveva un preciso programma politico ed una rigida struttura interna ed una salda organizzazione diffusa nel Paese (cosiddetto tesseramento).
    Nacquero il Partito Socialista ed il Partito Popolare (sono le origini di tutti i partiti di destra e di sinistra). Quest'ultimo fondato da Don Luigi Sturzo introdusse in politica i cattolici. Nel 1919 nacque anche il movimento fascista, il cui leader indiscusso fu Benito Mussolini. In queste elezioni essi non riuscirono a far eleggere neppure un rappresentante, nel 1921 ottennero 35 seggi solo grazie all'appoggio di Giolitti che inserì i candidati fascisti nella lista sostenuta dal Governo (blocco nazionale).
    I risultati delle elezioni del 1919 videro come vincitori i socialisti e i popolari, insieme sinistra e cattolici rappresentavano la metà del Parlamento.
    Gli anni che seguirono furono caratterizzati da una notevole instabilità governativa, con continue tensioni interne. Iniziarono le lotte aspre sui posti di lavoro per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali. Il ceto imprenditoriale rispose spesso con la serrata, cioè con la chiusura forzata delle fabbriche. Numerosi furono gli attentati e le oppressioni alle organizzazioni operaie. Va notato poi che in quel periodo vi era in corso la rivoluzione comunista in Russia, e si aveva il timore che potesse accadere anche in Italia, tanto più che il Partito Socialista si ispirava chiaramente alle idee marxiste. Nel 1921 nacque poi il Partito Comunista, chiaramente ispirato a Marx e Lenin.
    In questo clima ebbe la meglio la "linea dura" di Mussolini. Egli nell'ottobre del 1922 organizzò la marcia su Roma, un colpo di stato con l'intento di strappare al Re l'incarico di formare un nuovo governo. Essa non trovò quasi alcuna opposizione. Il 30 ottobre Vittorio Emanuele III conferì a Mussolini l'incarico di formare il nuovo governo.
    Questo conferimento non era di certo legale, si era annullata di colpo l'importanza del Parlamento. Il Re poi chiamando Mussolini al governo si era posto fuori dallo stato, aveva conferito l'incarico sottostando ad un ricatto del capo del partito fascista. Il Parlamento comunque avrebbe potuto rifiutare al governo la fiducia, ma una parte considerevole di esso era favorevole a Mussolini (cattolici, liberali, destra estrema contro socialisti e comunisti).
    Nel primo governo di Mussolini i ministri fascisti non erano la maggioranza, in quanto a Mussolini servivano voti sia di liberali che di cattolici. Gli storici in effetti lo definiscono dotato anche di una certa legittimità costituzionale.
    Successivamente l'aspetto statale mutò profondamente, aumentava sempre più l'importanza del Governo, e in particolare quello del suo presidente.
    L'obbiettivo fondamentale di Mussolini era la fascistizzazione del Parlamento per assicurarsi per il futuro una camera di sua completa fiducia. La legge Acerbo prevvedeva un premio di maggioranza alla lista che avrebbe riportato la maggioranza relativa ai suffragi nelle elezioni. Il premio consisteva nell'attribuzione dei 2/3 dei seggi della camere elettiva. Essa passò alla camera con l'appoggio di autorevoli esponenti (tra cui Giolitti).
    Le elezioni del 1924 con la nuova legge Acerbo videro alla lista dei fascisti contrapporsi ben sei liste delle forze di sinistra. Contrassegnate da episodi di intimidazione, violenze e aggressioni, le elezioni videro il risultato favorevole al governo fascista vigente (65% dei voti). In occasione della prima seduta, il neodeputato socialista Giacomo Matteotti denunciò sulla base di una rigorosa documentazione, i brogli elettorali, le intimidazioni, le violenze....commesse dai fascisti chiedendo l'invalidazione delle elezioni. Due giorni dopo Matteotti venne assassinato. La maggior parte delle forze di opposizione al governo decise di non partecipare più al parlamento fino alla elezione di un nuovo governo (tranne i comunisti) [cosiddetto Aventino].
    A distanza di due anni ciò che rimaneva del parlamento approvò una delibera secondo la quale gli aventinisti venivano considerati decaduti. Tale provvedimento era illegittimo sostanzialmente, in quanto il parlamento non poteva dichiarare la decadenza di un rappresentante eletto dal popolo, formalmente, in quanto colpì anche i comunisti che non avevano affatto abbandonato i lavori parlamentari.
    Le leggi fascistissime furono una serie di provvedimenti legislativi approvati da Mussolini finalizzati a modificare la disposizione istituzionale italiana (periodo di edificazione del totalitarismo). Con esse si ha:
    un formale ritorno al costituzionalismo puro: il presidente del consiglio è il capo del governo, primo ministro, segretario di stato, e ha una posizione di preminenza rispetto agli altri ministri che sono suoi collaboratori. è lui che dirige il governo, è eletto, e può essere revocato solo dal re. Poteva decidere l'ordine del giorno delle camere e richiedere un riesame, entro tre mesi, di una legge che il parlamento aveva respinto, in quanto gradita al governo(viene a mancare il controllo del parlamento).
    al governo viene affidato un ampio potere legislativo, poteva emanare norme aventi lo stesso vigore di quelle parlamentari. Emanati sulla base di "uno stato di necessità" entro due anni le camere le dovevano convertire in legge; il periodo cosi lungo vanificava ogni possibilità di controllo parlamentare sull'atto esecutivo (funzione notarile delle camere / il potere esecutivo diventa legislativo).
    fu istituito il Gran Consiglio del Fascismo inizialmente organo consultivo, poi anche decisionale, quando gli venne attribuito il compito di formare la lista unica dei candidati alle elezioni.
    fu istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, con la competenza di giudicare una vasta serie di delitti politici.
    Furono create le Corporazioni, che dovevano collegare fra loro associazioni sindacali dei datori di lavoro a quelle dei lavoratori (stato corporativo).
    Furono abolite e limitate le libertà di riunione, associazione, e di opinione. Venne imposta ai dipendenti pubblici l'iscrizione al fascio.
    L'Italia alla fine del 1927 era così trasformata in uno stato totalitario. Patti Lateranensi (1929): accordo fra Mussolini e la santa sede (piena efficacia al matrimonio religioso al pari di quello civile) con essi Mussolini cercava il consenso indispensabile della gerarchia ecclesiastica al regime.

    L'Italia fascista dal 1930 al 1943
    Nel 1929 si tennero le seconde elezioni dell'era fascista. Gli elettori dovevano votare per una sola lista costituita da tanti candidata quanti i seggi (400). Si trattava di dare il proprio assenso o dissenso al fascismo (sistema plebiscitario / unanime). Il 90% dell'elettorato votò il gran consiglio del Fascismo.
    Gli anni del 1930 al 1943 furono perciò caratterizzati dal consolidamento del regime. Nel 1930 venne emanato il codice Penale, "Codice Rocco", che prevede, tra gli altri,una lunga serie di reati di opinione e associazione, introducendo la pena di morte. Anche il codice di Procedura Penale venne ristrutturato secondo l'ideologia fascista: abolite giurie popolari, limitate le garanzie degli imputati, rafforzato il potere della pubblica accusa. Dal 1935 al 1939 il regime puntò a realizzare il suo sogno imperiale di dominare su una parte dell'Africa orientale, conquistando l'Etiopia, e in seguito l'Albania. Fra il 1938 e il 1939 vennero introdotte le leggi razziali, che prevedevano l'espulsione degli ebrei stranieri e l'esclusione di quelli italiani da ogni livello di istruzione, con l'istituzione di ghetti. Vennero proibiti i matrimoni misti, e furono esclusi gli ebrei dal servizio militare e dagli incarichi pubblici...
    Nel 1939 viene abolita la Camera dei Deputati sostituita con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, costituita da tutti coloro che ricoprivano determinati incarichi nel partito o nelle corporazioni. Se decadevano da tali incarichi, cessavano di essere membri della camera. Questo non richiedeva il ricorso ad elezioni politiche.
    Nel 1939 l'Italia firmò con la Germania il cosiddetto Patto d'Acciaio, con il quale l'Italia si impegnava ad intervenire militarmente a fianco della Germania in caso di guerra. Con l'inizio del secondo conflitto mondiale a causa della conquista della Polonia, nel 1940 l'Italia entro in guerra.

    Verso un nuovo ordinamento costituzionale
    Nel 1943 le sorti volsero in peggio per l'Italia e la Germania. Dopo l'Invasione in Sicilia delle truppe anglo-americane il Gran consiglio del Fascismo votò e approvò una mozione di sfiducia nei riguardi di Mussolini. Il Re revocò ad esso la nomina di capo di Governo e lo fece arrestare affidando ad un militare, Pietro Badoglio l'incarico di costituire un nuovo Ministero. Il Governo Badoglio abolì innanzitutto il Consiglio del Fascismo, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni e il tribunale speciale. L'otto settembre firmò l'armistizio con gli anglo-americani. I fascisti irriducibili si erano ricostituiti nelle Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò (Repubblica di Salò).
    La guerra di liberazione iniziata nel settembre 1943 si concluse alla fine di aprile del 1945, quando avvenne la definitiva liberazione del nord Italia e la cessione delle ostilità. Le organizzazioni partigiane che avevano condotto la resistenza si erano strutturate nel CNL (comitati di liberazione nazionale), dei quali facevano parte antifascisti (cattolici, social - comunisti, azionisti...).
    Sarà proprio il CLN nel 1944 a siglare un accordo con il re, il patto di Salerno, con esso il sovrano consegnò la corona al figlio Umberto, impegnandosi a convocare un'Assemblea Costituente con il compito di decidere quale aspetto conferire allo stato, riscrivendo una nuova Carta Costituzionale (luogotenenza del Regno). Il presidente del Consiglio Badoglio fu sostituito con Ivano Bonomi, esso era emanazione dei partiti rappresentanti nel CNL, perciò formalmente legato alla corona. I governi successivi vennero nominati secondo questo nuovo schema istituzionale. Dopo la liberazione il Governo De Gasperi decise di affidare la scelta fra monarchia e repubblica anziché a un'Assemblea Costituente, a un referendum istituzionale.
    Il 2 giugno 1946 gli Italiani furono chiamati alle urne sia per decidere quale forma il paese doveva assumere, repubblica o rimanere monarchia, sia per eleggere i rappresentanti che avrebbero dovuto elaborare il progetto di una nuova costituzione (Assemblea costituente). Per la prima volta si ebbe suffragio universale sia maschile che femminile. Il risultato del referendum fu, seppure di stretta misura, a favore della repubblica, il regno d'Italia divenne così la Repubblica Italiana.

    I lavori della Costituente
    Con le consultazioni del 2 giugno 1946 si procedette alla elezione di 556 membri dell'Assemblea Costituente, che sarebbero rimasti in Carica fino a definire e approvare la costituzione della Repubblica Italiana. Le elezioni si svolsero con il sistema proporzionale, i maggiori suffragi andarono alla Democrazia Cristiana (ex Partito Popolare), al Partito socialista e a quello comunista. Nella costituente erano presenti numerosi altri tipi di partiti (liberali, repubblicani, azionisti..).
    Il 25 luglio 1946 l'Assemblea iniziava i lavori eleggendo Enrico de Nicola, "capo provvisorio dello stato". L'impegno di predisporre il progetto di testo costituzionale fu affidato ad una commissione composta da 75 membri (commissione dei 75) la quale si divise in tre commissioni, ognuna delle quali si doveva occupare rispettivamente di: diritti e doveri dei cittadini la prima; ordinamento costituzionale della Repubblica; diritti e doveri economici-sociali.
    La commissione dei 75 presentò il progetto di testo costituzionale all'Assemblea per la discussione generale, l'approvazione avvenne a larga maggioranza, o quasi all'unanimità. La costituzione approvata il 21 dicembre 1947 fu promulgata il 27, ed entro in vigore dal 1° gennaio 1948.

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  • Conferenza del 22 novembre 2002

    L'UOMO E IL SUO AMBIENTE:
    "SOCIETÀ DEI CONSUMI"
    O
    "SOCIETÀ DEI; RIFIUTI ?"

    Prof. Giorgio NEBBIA

    22 novembre 2002
    Il modo di ragionare di alcuni riflette un diffuso pensiero:

    il possesso di beni materiali è liberatorio;
    la produzione di beni materiali tiene in vita il progresso e
    assicura ad un crescente numero di persone un salario con cui comprare più merci.
    Proverò a rispondere con una parabola. C'è un pascolo, grande ma non illimitato, ricco di erba e attraversato da un ruscello con le acque limpide; il pascolo non ha un padrone e chiunque può accedervi.
    Un pastore porta a pascolare cinque mucche che trovano erba abbondante e acqua limpida da bere; gli escrementi delle mucche finiscono nel terreno e restituiscono le sostanze nutritive che saranno necessarie per la crescita dell'erba l'anno dopo. Il pastore è contento perché vende con profitto carne e latte; le mucche sono contente perché hanno avuto cibo e acqua; il pascolo è contento perché può produrre, l'anno dopo, nuova abbondante erba; il ruscello è contento perché alla fine della stagione le sue acque sono ancora limpide e incontaminate.
    Visto che le cose sono andate così bene, il pastore, l'anno dopo, porta al pascolo venti mucche, anziché cinque; e anche quell'anno le cose vanno bene. Altri pastori, ammirato il successo del primo loro collega, nel terzo anno portano anch'essi venti mucche ciascuno allo stesso pascolo. Ma ecco che l'eccessiva presenza di mucche fa sì che pastori e mucche devono litigare per contendersi un pezzo di pascolo (l'avidità come fonte di conflitti), l'erba originariamente abbondante del pascolo difficilmente riesce a sfamare tante mucche; gli escrementi, che quando si trattata di cinque o venti mucche, venivano assimilati dal terreno e portati via delle acque del ruscello, adesso non riescono ad essere assorbiti dal terreno e ristagnano in pozze puzzolenti, tanto più che il calpestio degli zoccoli indurisce il terreno e distrugge l'erba e la capacità di filtrazione del suolo; i rifiuti ed escrementi di tante mucche finiscono nelle acque del ruscello che, così contaminato, non è in grado di dissetare tutte le mucche.
    Alla fine del terzo anno di pascolo le mucche di tutti sono macilente, danno poco latte e cattiva carne e la speranza di alti profitti per tutti va delusa; non solo, la fertilità del pascolo e la limpidezza delle acque del ruscello sono compromesse per sempre e per tutti gli avidi pastori, presenti e futuri.
    A questo punto può succedere di tutto; i pastori si uccidono per assicurare almeno ad alcuni un pezzo di pascolo, oppure diventano poveri tutti. I pastori non sono cattivi, né malvagi, ma operano secondo le regole correnti di quella che lei chiama "economia". Con l'unico inconveniente che questa "economia" si scontra con le leggi fisiche e inviolabili della limitatezza delle risorse naturali, siano esse acqua, campi fertili, foreste, minerali, fonti energetiche.
    Gli studiosi di ecologia --- della scienza ecologica, non delle chiacchiere ecologiche salottiere --- spiegano che il pianeta Terra ha una capacità ricettiva limitata, per cui uno spazio fisicamente limitato può ospitare un numero limitato di esseri viventi, di esseri umani, di beni, di edifici, strade, macchinari, eccetera. Se tale capacità ricettiva viene superata, non per malvagità, ma perché le regole dell'"economia" stabiliscono che è doveroso ed è bene possedere, "consumare", più cose, la natura si ribella sotto forma di inquinamenti, alterazioni climatiche, scarsità di acque e di fonti di energia, frane e alluvioni e gli esseri umani possono contendersi le risorse scarse soltanto con conflitti, con guerre, con la violenza.
    Mi fermo soltanto sulla domanda che diverse persone pongono: "Chi potrebbe stabilire una volta per tutte una soglia di appagamento?".

    Ma questo è proprio quello che fanno i governi che operano "pro bono publico". È un lodevole diritto quello di fumare perché si stimola la coltivazione del tabacco, la produzione di sigarette, il consumo di sigarette, si stimola la ricerca di sigarette migliori; ma ad un certo momento nasce una domanda anti-consumistica di un diritto a non essere avvelenati dal fumo e addirittura di impedire che altre persone si avvelenino col fumo, e questa domanda di nuovi diritti trova, sia pure lentamente, una risposta in leggi che limitano il consumo di sigarette.
    È un lodevole diritto possedere una automobile ed usarla, e spostarsi con l'automobile, perché lavorano le industrie, si stimolano i commerci e l'economia; ma ad un certo punto ci si accorge che le strade, che hanno una capacità ricettiva limitata, non ce la fanno più a sopportare il traffico o le automobili in sosta, l'inquinamento dell'aria e vengono emanate leggi anti-consumistiche che limitato l'accesso nelle città, la velocità sulle strade, eccetera, tutte forme di limitazione della libertà.
    Finora ho ragionato come una persona qualunque che si interroga sui problemi dell'economia, della Terra, delle persone, dei diritti. Ma per un credente c'è, a mio parere, un'altra lettura. La moltiplicazione dei consumi, della produzione di merci, dello sfruttamento delle limitate risorse naturali è una forma di violenza verso il prossimo. Se alcuni hanno di più, tolgono ad altri il diritto di soddisfare i propri bisogni anche elementari.
    Se gli attuali 6200 milioni di persone --- il mio prossimo --- sulla Terra, disponessero dei beni materiali, se fossero stimolati ad avere bisogni, come i 1000 milioni di nordamericani, europei, giapponesi (e perché non dovrebbero avere gli stessi bisogni e gli stessi beni?) le riserve di idrocarburi si svuoterebbero in pochi anni; la coltivazione intensiva delle terre ne comprometterebbe la fertilità, le acque che scorrono, sia pure abbondanti sui continenti finirebbero per essere contaminate irrimediabilmente.
    Le ingiustizie nella distribuzione dei beni materiali sono fonte di violenza, e quella pace, opus iustitiae, come dice Isaia,. si può ottenere soltanto imponendo alla parte "ricca" dei terrestri dei limiti nel possesso e nei consumi per consentire alla parte "povera" di avere almeno un minimo di beni per una vita dignitosa. Sarà, come dice lei, la riproposizione in salsa naturalista-terzomondista della vecchia tesi marxista, ma, secondo me, c'è tanto di "Pacem in terris" e di "Populorum progressio", cioè c'è tanto di amore e di speranza.

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  • Incontro dell'11 novembre 2002

    IL SENSO DELLA VITA
    DIVAGAZIONI DI UN UOMO DI SCIENZA
    SULLA SPIRITUALITÀ UMANA

    Prof. Ezio TUBARO

    11 novembre 2002
    Il mondo di oggi è più che mai esposto alla perdita della significatività della vita; ne sono segno certo l'aumento delle depressioni, sia quelle dichiaratamente patologiche sia quelle striscianti, non ben diagnosticate e sottovalutate. Il male oscuro che colpisce tutte le fasce di età e tutte le fasce socioculturali è la più importante patologia psichiatrica fino a raggiungere il quarto posto in Italia. A livello della popolazione mondiale il 10% degli uomini ed il 25% della donne soffrono di depressione grave, responsabile di circa il 70-80% dei suicidi. Cifre sconvolgenti e destinate ad aumentare.
    Le cause dell'esplosione di questa moderna patologia sono molteplici e sono da ricercare nel calo dei valori, in vari gradi di emarginazione, nella solitudine ,specie nelle grandi città, nel senso di inutilità di tante vite, nell'incertezza del futuro, nella vecchiaia senza assistenza, nel consumismo selvaggio. Ma potremmo continuare; certamente in tutte e sopra tutte le cause la caduta verticale di molti valori fondanti della nostra cultura che conduce alla perdita della significatività della vita.
    Un fenomeno certamente non nuovo nella storia dell'umanità, ma che in questo secolo di incertezza, di insicurezza e di consumismo ha raggiunto livelli allarmanti.

    Certo il senso di vuoto dell'esistenza e del suo significato ha accompagnato la storia dell'umanità da sempre. L'uomo ha cercato in vario modo di riempirlo con diverse modalità; le religioni, anche quelle primitive, quelle misteriche ed iniziatiche sono state, ad esempio, un tentativo utile per alleviare lo sgomento della solitudine. In Egitto i misteri di Iside, in Grecia il culto di Cibele e Attis, di Andania e di Samotracia, in Iran il culto di Mitra, ma soprattutto in Grecia i misteri dionisiaci, orfici ed eleusini.
    Tutte queste religioni misteriche avevano una base comune: erano tutti misteri iniziatici, che in individui selezionati ed introdotti a dottrine segrete portavano ad una conoscenza intuitiva e mistica che li introduceva all'incontro con il divino. Erano quindi correnti gnostiche con cui il nascente cristianesimo ebbe del resto molto a che fare, data la loro penetrazione nel mondo greco e sono la ragione della persistenza della gnosi, specialmente nei primi tempi del cristianesimo (Vangeli gnostici).

    Là dove la visione religiosa, spesso antropomorfa, non dava una visione sufficiente per risolvere i problemi esistenziali, irruppe la filosofia; i Greci fondarono scuole di alto prestigio: gli stoici, gli epicurei, gli scettici, Plotino e la sua scuola, sono tutti tentativi di risolvere l'angoscia umana dell'esistere.
    Varie scuole di pensiero sono fiorite nel mondo, anche al di fuori dell'Europa. Forse una delle più importanti è il buddismo che rimuove l'angoscia dell'esistenza attraverso l'abolizione dell'ansia di vivere e di possedere; un processo di rimozione, appunto. Certo si potrebbe parlare a lungo del buddismo che meriterebbe una citazione esaustiva e lunga. In sintesi la visione buddista della realtà è che il mondo è il Male come dimostrano dolori e infelicità senza fine: il bene e la felicità avviene solo con il distacco mistico dal mondo che, attraverso reincarnazioni successive, raggiunge la perfezione del totale distacco (nirvana). Il buddismo propone quindi una azione salvifica negativa. Rimane tuttavia una filosofia di grande interesse ed un tentativo di dare un senso alla vita che passa e di alleviarne le sofferenze. Né Confucianesimo né Taoismo hanno radici filosofiche sostanzialmente differenti: entrambe sono più volte alla costruzione morale dell'uomo che alla ricerca di una sua salvezza spirituale. D'altra parte non dobbiamo dimenticare che tutte queste religioni sono fondamentalmente atee: né ricercano né contemplano un Dio Creatore. Ben diversa è la ricerca di Dio nel mondo occidentale. Basti ricordare S.Tommaso d'Aquino che in pieno Medio Evo esaminava con criteri aristotelici le vie della ricerca di Dio. Nella sua famosa "quinta via" della dimostrazione razionale di Dio pose il problema della natura la cui armonia, bellezza e perfezione dimostrava la necessità dell'esistenza di un Creatore con precise finalità.

    Queste finalità furono negate nel secolo scorso dallo scientismo e dal neopositivismo, allora imperante; questi concetti, sostenuti dalla Fisica del tempo, furono poi dalla stessa Fisica demoliti quando ci si accorse, già alla fine dell'Ottocento, che la Costante di Gravitazione Universale e la Costante di struttura fine elettromagnetica (ed altre) sono così intrinsecamente interregolate che ogni minima variazione avrebbe reso impossibile qualsiasi forma di vita. Fu così che nacque il cosiddetto Principio Antropico che propone la precisa finalità delle costanti fondamentali allo scopo di mantenere la vita sulla terra consentendo la nascita dell'uomo. In altre parole solo se i quattro campi fondamentali di forze, la gravitazionale, l'elettromagnetica, la nucleare forte e la nucleare debole furono progettate in modo intelligente fu possibile dare ordinamento al caos.
    Così per la vita cellulare: la nascita spontanea di una cellula da un "brodo" primordiale è impensabile perché impossibile da un punto di vista probabilistico. Il Principio antropico, quindi è un moderno aggiornamento della "quinta via" di S. Tommaso. In conclusione, tutti questi discorsi sull'origine dell'Universo e della vita sono tutti moderne conferme dei principi tomistici e conducono all'identificazione di un Creatore intelligente ed ordinatore.

    Nel mondo cristiano occidentale ed orientale tutta la speculazione ruotò per circa un millennio sull'euanghelos di Gesù di Nazareth e sulle meditazioni che da esso derivavano: pensiamo ad esempio a tutta la Patristica. Parallelamente ad una cultura di carattere speculativo e filosofico si sviluppò già nel tardo Medioevo una ricerca che oggi chiameremo "laica" nata anche come reazione al dogmatismo religioso e filosofico. Si venne pian piano a sviluppare l'idea di sperimentare direttamente la natura senza preconcetti e basandosi sui soli risultati. I prodromi di questa corrente di pensiero si fanno risalire addirittura al francescano Ruggero Bacone nel secolo XIII. Ancor oggi si definisce "baconiana" una esperienza basata sulla sola sperimentazione. Nacque lentamente e progressivamente la Scienza sperimentale che utilizzava per la prima volta nella storia dell'uomo la misurazione, la riproducibilità di ogni fenomeno osservato ed il suo controllo. Questo anche se qualche tentativo di Scienza sperimentale fu già attuato nel mondo greco e romano. Lo scontro tra sperimentalismo e fideismo significò l'avvento di una frattura tra dogma ed esperienza, tra concetto astratto e dato sperimentale; il clamoroso processo a Galileo ne fu esempio emblematico.
    Lo sperimentalismo fu in effetti una enorme rivoluzione culturale che permise alla Scienza di muoversi al di fuori di preconcetti dogmatici e vincoli fideistici.
    I grandi risultati teorici e pratici raggiunti in breve tempo che portarono e portano enormi vantaggi alla vita dell'uomo crebbero, purtroppo, e forse inevitabilmente, insieme alla mala pianta dell'orgoglio umano. Nacque così l'Illuminismo che enfatizzò il culto della Ragione (Descartes) e proclamò che l'uomo avrebbe risolto da solo tutti i suoi problemi senza dover ricorrere alla Divinità per spiegare tutto: così Lavoisier a Napoleone che lo interrogava sul significato dell'esistenza di Dio, ripose: "Sire io non ho bisogno di questa ipotesi"1.

    L'entusiasmo delle le prime grandi scoperte scientifiche si consolidò nella nascita del materialismo scientifico che negava ogni valore alla trascendenza ed a ogni forma di spiritualità.

    L'Illuminismo generò nel tempo tre filoni atei che contribuirono grandemente ad incanalare il pensiero dell'uomo sulla strada del materialismo e che marcarono i decenni successivi.

    Il DARWINISMO che proponeva con l'evoluzione la nascita spontanea dell'uomo da un brodo primordiale attraverso aggregazioni molecolari progressive guidate dalla selezione naturale e dalla sopravvivenza dell'individuo più adatto.

    Il MARXISMO che dichiarò reale solo la storia (il cosiddetto materialismo storico) e vaneggiamenti i sistemi religiosi(l'oppio dei popoli).

    FREUD che interpretò l'uomo come una grande macchina psicologica con il nulla al suo fondo.

    Altri seguirono sulla stessa via: Nietzsche dichiarò la morte di Dio (come necessario all'uomo) e, più recentemente, Monod nel suo famoso libro "Il caso e la necessità" dichiarò che eravamo soli in un gelido cosmo, nati per caso in un universo vuoto.

    Non per puro caso quindi l'uomo smarrì il senso della sua esistenza quando tutti i cardini del pensiero volto al trascendente, tutta la spiritualità in lui insita,venne messa in discussione, irrisa e combattuta. Emblematico fu il caso di un grande Scienziato, Alexis Carrel, uno dei più grandi chirurghi francesi del secolo passato, Premio Nobel 1912 per aver fondato la chirurgia vascolare: scienziato puro, ateo ma, senza preconcetti, sostituì casualmente un collega in un viaggio a Lourdes, dove sotto i suoi occhi assistette alla drammatica completa guarigione di una paziente moribonda affetta da peritonite tubercolare che tornò istantaneamente in buona salute e sopravvisse poi perfino allo stesso Carrel. Questa guarigione cambiò, ovviamente, la vita dello scienziato e lo portò a riferirne doverosamente al mondo medico francese che non solo irrise alla sua testimonianza, ma chiuse a tal punto la sua carriera da costringerlo ad espatriare negli Stati Uniti ove poi divenne uno Scienziato famoso. Ne venne fuori un bel libro: "L'Uomo questo sconosciuto" best seller nel 1936. Certo il caso Carrel fece un enorme scalpore all'epoca e costituisce anche ora un documento storico della radicata avversione del mondo scientifico di allora a qualsiasi prospettiva spirituale.

    E la Scienza di oggi? I suoi grandi avanzamenti usando il metodo sperimentale portarono ad enormi vantaggi di cui noi tutti siamo testimoni ed usufruttuari: pensiamo per es. agli aspetti sanitari e all'allungamento della vita media. Questi successi accesero, come abbiamo già detto, specialmente nel corso del secolo scorso, l'idea che prima o poi tutti i problemi dell'uomo, compresi quelli della sua natura e del suo destino sarebbero stati capiti e risolti. Era la nascita di quello che verrà poi chiamato "scientismo".
    Del resto le grandi scoperte dell'anatomia, della fisiologia nelle scienze umane, la nascita della microscopia, dell'astronomia e della cosmogonia ben supportavano l'idea che il significato dell'universo e dell'uomo fossero a portata di mano, sia pur progressivamente nel tempo. I fatti andarono ben diversamente: più aumentava la conoscenza in un'area della Scienza, più i problemi anziché venir via via chiariti si complicavano, svelando un disegno di singolare complessità. Tutto questo determinò un rallentamento di molte discipline, non ultima la Fisica che rimase nell'ambito della fisica newtoniana per lungo tempo. Bisognò aspettare fino agli anni intorno al 1930 per avere cambiamenti radicali: alcune branche della Fisica, quella subatomica che si occupa delle particelle in cui l'atomo si scompone, scopersero la meccanica quantistica che sconvolse intorno al 1930 il pensiero di grandi Scienziati, come Bohr, de Broglie, Heisenberg e coinvolsero anche Einstein. Dividendo l'atomo fino ai suoi limiti estremi ci si accorse che la realtà era di sua natura indeterminata (Principio di indeterminazione di Heisenberg ), ma ubbidiva alla scelta dell'osservatore che la determinava.

    L'osservatore venne riconosciuto come il vero creatore del mondo reale: questo concetto (per la verità non intuitivo) di conseguenza portò ad una sorprendente spiritualizzazione della realtà con valorizzazione della coscienza. La vecchia dichiarata incompatibilità tra scienza e religione svanì, così che un famoso matematico di oggi può affermare: "È sorprendente e paradossale che secoli di studio scientifico del mondo esterno siano giunti infine alla conclusione che la vera realtà è la coscienza, in accordo con le teorie idealistiche più estreme" (Piergiorgio Odifreddi).

    Il concetto di coscienza ha dato luogo a tutta una serie di considerazioni tra coloro che considerano la coscienza solo come una produzione del cervello (i cosiddetti riduzionisti) e coloro che pensano alla coscienza come a qualcosa di indipendente dalla materia, di esterno ed estraneo al corpo. Senza voler entrare nella congerie delle varie valutazioni scientifiche, riduzionistiche e non, possiamo però dire che i riduzionisti sono spesso in difficoltà, spesso drammatiche.
    Un esempio: se, come loro affermano, i processi neuronali non sono altro che i movimenti di atomi ed elettroni che obbediscono alle leggi fisiche, questi non si distinguono da ciò che accade in qualsiasi altro distretto corporeo; negando però realtà autonoma ai processi mentali, anche il ragionamento riduzionista non può essere considerato reale. (Paul Davies).
    D'altra parte contro il riduzionismo si sono pronunciati scienziati famosi come Erwin Schroedinger, premio Nobel 1933 per la fisica, che sintetizzò il suo pensiero in un suo famoso libro dal titolo di per sé emblematico:" What is Life? Mind and Matter" ove afferma: "Io credo che le teorie fisiche allo stato attuale siano fortemente in favore della indistruttibilità della Mente da parte del Tempo".
    Concetti che ci saremmo aspettati da un mistico, ma che sorprendono in bocca a un fisico, perdipiù di tale statura.

    Il fisico P. Davies riassume un po' questi concetti in uno dei suoi numerosi libri: "Problemi quali il collasso della funzione d'onda in meccanica quantistica, che riguarda la consistenza stessa della fisica delle particelle elementari, sembra richiedere l'inclusione dell'osservatore in maniera fondamentale: penso che l'osservazione in meccanica quantistica debba alla fine essere riferita alle leggi del livello più alto che governano i processi mentali ai quali l'atto dell'osservazione accoppia gli eventi microscopici".
    Sicuramente la meccanica quantistica porta con sé i germi di una immensa rivoluzione culturale che, per ora, si è realizzata solo all'interno di un piccolo cenacolo di grandi scienziati e che poco ha debordato anche oggi al di fuori del mondo della fisica e delle scienze affini.
    Di questo era consapevole Niels Bohr, uno dei padri fondatori della fisica dei quanti che però diceva testualmente: "Chi non è sconvolto dalla teoria quantistica non l'ha capita".
    Nonostante tutti questi cambiamenti radicali del pensiero scientifico, sorprendentemente il materialismo meccanicistico resta tuttora la filosofia di base della generica cultura scientifica di oggi. La sua sorprendente resistenza ha radici e ragioni lontane; è comunque dimostrazione che le idee ereditate e ben radicate hanno una straordinaria resistenza al cambiamento ed una terribile viscosità anche quando l'evidenza scientifica lo imporrebbe. Del resto le idee innovative come quella galileiana della rotazione della terra richiese molti decenni per essere accettata. Ancora più tempo ci vorrà per diffondere il concetto della fine del materialismo meccanicistico nella cultura scientifica del mondo attuale.(Sven Ortoli e Jean-Pierre Pharabod).

    La meccanica quantistica conduce, come abbiamo detto, ad un idealismo che venne ben accettato anche come reazione all'imperante scientismo che interpretava la realtà come un meccanicismo assoluto. Uno dei primi ad accorgersi della congruenza della meccanica quantistica con una realtà spirituale fu F. Capra, un fisico americano che si stupì nel riconoscere straordinarie convergenze tra alcune filosofie orientali e la sua esperienza di fisico; ne nacque un famoso libro (Il Tao della fisica) che divenne un best-seller in tutto il mondo ed accese il dibattito su argomenti che anni fa sembravano improponibili da parte di un fisico.

    Risulta comunque chiaro, dopo alcuni decenni dalla nascita della teoria dei quanti, che questa ci fornisce una interpretazione attendibile e stupefacente della natura della mente e del reale ed è impossibile ignorarla nella ricerca di Dio e del significato della vita. (Paul Davies).
    Tuttavia va anche detto che, come il materialismo ha portato ad una errata interpretazione della realtà, anche l'idealismo estremo ("tutto è solo percezione") ha connaturati in sé i germi di una certa pericolosità. Se infatti la coscienza è la sola realtà, come ci portano a concludere i fisici, questa concezione può far crescere la mala pianta della supercoscienza dell'uomo in grado cioè di conoscere da sé la realtà.

    Nulla di nuovo sotto il sole: si riaffaccia lo gnosticismo, una corrente ben radicata nella Grecia del periodo ellenistico che utilizzava la "gnosi" per la conoscenza del mondo. In altre parole: una profonda mistica conoscenza del Sé (Gnothy seauton, conosci te stesso, dei Filosofi greci) porterebbe ad una ineffabile e completa comprensione della realtà.

    Questa corrente idealistica che negava la realtà della materia non abbandonò mai del tutto il pensiero umano e, come abbiamo detto, serpeggiò nei secoli anche nel Cristianesimo. Questo accadde anche nell'ambito della mistica cristiana e quando si espresse in modo radicale ed eretico fu condannato dalla Chiesa cattolica. Qualche nome emblematico: Meister Eckart (Dio ed io siamo una cosa sola) condannato dal Santo Uffizio nel 1329, Fenelon condannato nel 1699, la beghina Margarete Porete condannata per gnosticismo e bruciata a Parigi nel 1310, Giordano Bruno (Dio e il mondo sono la stessa cosa; il panteismo in GB.) bruciato a Roma nel 1600.

    Anche oggi molti atteggiamenti gnostici sono diffusi; così non ci si meraviglierà se qualcuno ci dice: "Io me la vedo direttamente con Dio; io ho la mia personale religiosità interiore. Non ho bisogno di Chiese, di religioni e di insegnamenti. Mi basta il mio rapporto diretto con Lui". Il che è un atteggiamento gnostico per l'appunto.

    D'altra parte il pericolo del trapasso tra ascesi mistica e gnosi è grande: è pur vero che la contemplazione mistica, l'ascesi, è preliminare di tutta la strada di santità di innumerevoli Santi cristiani: gli esempi di S. Teresa d'Avila e di S. Giovanni della Croce sono emblematici. Essi però non lasciarono che la sola contemplazione li dominasse, ma mantennero con il distacco delle cose di questo mondo un continuo contatto con Dio, evitando così il pericolo di atteggiamenti gnostici.
    Né si può pensare che questo sia esclusiva preoccupazione dell'ascesi cristiana: basti pensare all'ebraismo che paventa con grande enfasi l'uso dell'ascesi in sé ed il pericolo della gnosi. (M. Buber).

    Sorprendente è però il fatto che anche oggi la gnosi, vissuta finora nell'ambito filosofico e mistico, sia ricomparsa in forme nuove, questa volta da parte di una nuova categoria di Scienziati: gli Psicologi dell'Inconscio. È il caso, per esempio, di un grande Psichiatra, C. G. Jung, un medico svizzero che crebbe alla Scuola viennese di S. Freud, da cui poi si distaccò. Egli, utilizzando metodi psicologici originali ed innovativi, portò a guarigione molti pazienti psicopatici dando all'Autore una grande fama, tanto da fondare una branca della psicologia moderna che tuttora va sotto il nome, appunto, di "psicologia junghiana". Però, senza togliere i meriti scientifici che caratterizzano il suo lavoro di psichiatra, Jung fu attratto, mosso proprio dal successo terapeutico delle sue esplorazioni delle profondità dello spirito umano, a cercare leggi generali della psiche debordando progressivamente dalla Psichiatria alla Religione. Questa intrusione gli fu contestata, tra gli altri, da un grande teologo ebreo, Martin Buber, che denunciò in termini chiari lo gnosticismo di Jung, che, dapprima reticente fu poi costretto ad ammetterlo apertamente. Diceva infatti Jung che il divino nasce solo dall'interiorià dell'uomo come fenomeno psichico opponendosi alla concezione ortodossa secondo cui Dio esiste per sé. E aggiungeva; Dio non esiste senza l'uomo. Pensieri che ben si ricollegano a quelli dello gnostico alessandrino Plotino, che affermava essere l'interiorità viva e vissuta dell'Io componente essenziale della metafisica. (ruech) Vengono anche in mente le affermazioni di Feuerbach che considerava Dio solo come proiezione del bisogno umano del divino.

    Ma, tornando a Buber, egli diceva che la psicologia che tratta dei misteri senza la conoscenza dell'atteggiamento della fede verso il mistero è una vecchia conoscenza dell'umanità, ben nota fin dai tempi di Carpocrate: la gnosi. E aggiungeva: "la divinizzazione degli istinti in luogo della loro santificazione nella fede è l'essenza dello gnosticismo di ieri e di oggi". L'Uomo è spirito e materia ,né angelo né demonio, e si dibatte tra questi due poli per tutta la sua esistenza: né quindi il materialismo che nega l'esistenza dello spirito né l'idealismo che nega l'esistenza della materia rappresentano compiutamente l'Uomo.(Buber). Concetti peraltro ampiamente condivisi dai teologi cattolici. E concludeva: la gnosi non è solo una categoria storica, ma una categoria umana generale che oggi copre ampi spazi ; essa e non l'ateismo è l'antagonista della Fede. (M. Buber).

    Tornando alla Scienza, se è vero che oggi uno Scienziato può dichiararsi ateo per suo convincimento personale, è altrettanto vero che uno Scienziato può dichiararsi credente senza incongruenza con tutta la Scienza. Molto dipende anche dalla statura scientifica dello Scienziato: che è un po' quello che diceva Pasteur nel secolo scorso: "Poca Scienza ci allontana da Dio, molta ci riconduce a Lui".
    Comunque sia, l'inimicizia tra Scienza e Religione è oggi sostanzialmente morta ed è storica eredità lasciataci dagli Scienziati del secolo passato.
    Se poi è vero che l'unica realtà è la coscienza - come ci dicono i Fisici- è allora chiaro che lì sta proprio il nodo del "senso della vita". Questa coscienza, ci dicono i fisici, coincide con il concetto di mente e di anima del Cristianesimo (Paul Davis).

    Da sempre per i credenti la coscienza, la buona coscienza, coincide con il concetto di anima, strettamente in rapporto con la Divinità. La Grazia di Dio, ottenuta attraverso il nostro comportamento ed attraverso i mezzi che la Chiesa ci offre, ci apre ad una grande comprensione del significato della nostra esistenza. Anche per la consapevolezza della finitezza della vita, la sua provvisorietà in un mondo secolarizzato ove la morte è esorcizzata perché non se ne parla.

    Una delle caratteristiche del mondo di oggi, giovanile e non, è la questione della Fede religiosa. Credo che sia capitato a tutti noi di sentire la seguente frase: "La Fede o c'è o non c'è: io non l'ho, beato te che ce l'hai", come se si trattasse di una libera caratteristica individuale. Una scelta agnostica, spesso comoda, che comunque sottrae l'individuo a qualsiasi impegno morale e decisionale. Comunque sia, l'uomo di oggi, come quello di ieri dovrà pur sempre risolvere alcuni dilemmi di base (G. Biffi):
    - alle spalle dell'uomo la mia vita è casuale o progettata?
    - dopo la mia morte incontrerò la vita o l'eterno niente?
    - il mondo reale che cade sotto i nostri sensi è l'unico possibile?

    Le difficoltà a trovare soluzioni a questi drammatici problemi ha incanalato molti sulla strada dell'agnosticismo. Va da sé che tutto ciò appare sorprendente specialmente quando questa posizione è espressa anche da persone di buona cultura e professionalità. Infatti è a tutti ben noto che tutti noi viviamo immersi in un mondo fideistico; nessuno dubita dell'esistenza dell'atomo che non vede, o di una molecola di cui ha solo una formula che la rappresenta, ma tutti siamo ben certi della loro esistenza perché abbiamo prove indirette della loro esistenza. Così la Camera di Wilson è prova per es. di una frammentazione dell'atomo, come uno spettro infrarosso testimonia la struttura di una molecola. Tutte queste sono forme indirette su cui posano le nostre certezze, di cui nessuno dubita perché abbiamo una completa fiducia dei mezzi di controllo.

    Sorprendentemente ciò non sempre accade in campo religioso nonostante che le prove e le testimonianze e i controlli siano così innumerevoli e certi che non dovrebbero lasciare spiragli a dubbi: ricordiamo Lourdes, Fatima, i miracoli di S. Pio da Petrelcina o di S. Escrivà di Balanguer. Ma non solo questi: basta pensare a quell'enorme secolare corpus di miracoli dei Santi proclamati tali dalla Chiesa cattolica, verificati con estremo rigore e severità. Ovviamente questi non sono che segni, un aiuto per l'uomo che voglia aprirsi ad una Fede religiosa certa. Il che troppe volte non avviene, spesso non per ragioni filosofiche o scientifiche, ma solo perché una Fede religiosa viva e vissuta trascina con sé quella che oggi si usa chiamare "scelta di campo" con tutte le conseguenze di impegno, di lotta e di sacrificio che ne derivano. Del resto è caratteristica del cristianesimo e di tutta la predicazione di Gesù di Nazaret è la fondazione del vero significato della nostra vita attraverso la buona notizia (euanghelos) della nostra filiazione divina per mezzo del Figlio dell'Uomo. Nel suo "ama il Signore con tutto te stesso ed il prossimo tuo come te stesso" sta quindi l'essenza del senso della vita, anche in coloro che non sono cristiani: perfino nei cosiddetti non credenti, che lo sappiano o no. Ne è chiara dimostrazione il volontariato laico, per esempio, che risponde all'innato desiderio di alleviare i disagi e le sofferenze umane anche senza motivazioni religiose, anche in giovanissimi che agiscono più istintivamente che razionalmente. (4 milioni nella sola Italia). Sembra quindi che l'amore per gli altri sia qualcosa di connaturato con la psiche umana. L'amore per il prossimo come riflesso della luce divina per dare un senso, cosciente o no, alla propria vita. Ma non il prossimo lontano, quello che non si conosce e si aiuta, magari con un assegno, ma quello che vive accanto a te, che divide con te il cammino della vita. Vengono in mente le parole di S. Escrivà di Balaguer che parlava di santificazione dell'uomo per amore di Dio attraverso il lavoro ben fatto, quotidiano, nelle circostanze ambientali e temporali in cui vivi. D'altra parte se è vero che l'amore per il Signore è un dono di Dio a volte dopo molte preghiere, meditazioni e santità di vita è anche vero che l'amore per prossimo è il più facile, quello più a portata di mano. Quale madre non ama i suoi figli, quale nonno non ama i suoi nipoti, quale uomo non ama i suoi amici. Ma il Cristo ci dice anche ama coloro che non ti amano, anche coloro che ti sono nemici. Anche in questo e soprattutto in questo si radica il senso della vita in senso cristiano.

    Certo l'arricchimento del senso della vita nel cristianesimo nasce dal bisogno di costruire per mezzo delle doti individuali (i cosiddetti talenti) un mondo migliore che salvi e passi alle future generazioni i valori dello spirito ed il senso della preghiera in un mondo spesso distratto da tanti vuoti miraggi che possono solo condurre ad un decadimento dei valori morali e spirituali. Ci si aspetta che il cristiano lotti contro il male, promuova il bene salvando se stesso a giustificazione delle sue colpe e acquistando con questo il senso pieno della sua esistenza. Né la certezza della nostra debolezza deve scoraggiarci nelle cadute, ma rivitalizzarci piuttosto nel risorgere: cadere e risorgere è profondamente cristiano e non toglie la certezza dell'appartenenza alla comunione dei Santi ed il senso della vittoria finale sul Male. Certo la vita cristiana integrale non è un cammino semplice e comunque non può dirsi mai raggiunta e compiuta. L'accettazione del dolore come via di santificazione, l'accettazione della volontà del Padre i cui disegni sono a volte difficili da decifrare ("Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri") sono tutte componenti del senso cristiano della vita. Né può essere sottaciuto il processo di santificazione a cui tutti noi siamo chiamati. Solitamente la parola "santificazione" viene accolta con difficoltà come se santo fosse un obiettivo per monaci e sacerdoti: cioè il santo come obiettivo della vita consacrata. Si è perduto così il senso della parola nel corso dei secoli. I primi Cristiani chiamavano così tutti i fratelli in grazia di Dio che camminavano sulle strade della loro redenzione. S. Paolo nella seconda lettera ai Corinzi dice nel commiato: tutti i Santi ti salutano, intendendo tutti i Cristiani. Quindi non "Santi da altare" come diceva S. Escrivà di Balaguer, ma un santo di tutti i giorni, nella vita di tutti i giorni, nelle circostanze che il Signore ha creato attorno a noi per noi.
    D'altra parte, il senso della vita nasce anche dall'accettazione della provvisorietà della storia di ciascuno di noi, dalla coscienza di essere amati nonostante i nostri limiti e le nostre colpe e dal senso di abbandono alla volontà del Signore che ci trasse alla vita senza che noi lo chiedessimo e che ce la toglierà anche quando non vorremo.
    In conclusione a noi pare che il senso della vita non sia figlio della cultura di questo mondo di tenebra (come dice S. Paolo), ma patrimonio di chi ama il Padre e Lo conosce anche attraverso l'amore per coloro che ci sono accanto, il nostro prossimo appunto.

    1 Il compito principale della filosofia della natura è quello di argomentare a partire dai fenomeni senza immaginare ipotesi, e di dedurre cause a partire da effetti, fino a che giungiamo alla Causa Prima, che certamente non è meccanica; ed è suo compito non solo di dispiegare il meccanismo del mondo, ma fondamentalmente di risolvere queste e simili questioni. Che cosa c'è in luoghi che sono quasi completamente vuoti di materia, e donde deriva che il sole e i pianeti gravitano gli uni verso gli altri, senza che vi sia tra loro nessuna materia densa? Donde viene che la Natura non fa nulla invano; e da dove trae origine tutto quell'ordine e tutta quella bellezza che vediamo nel mondo? A qual fine esistono le comete, e donde viene che i pianeti si muovano tutti in un unico e medesimo modo in orbite concentriche, mentre le comete si muovono in ogni sorta di modi in orbite molto eccentriche; e cosa impedisce alle stelle fisse di precipitare le une sulle altre? Come avviene che i corpi degli animali siano congegnati con tanta arte, e quale è lo scopo delle loro numerose parti? E' possibile che l'occhio sia stato costruito senza conoscenza d'ottica, e l'orecchio d'acustica? Come avviene che i movimenti del corpo derivano dalla volontà, e donde viene l'istinto degli animali? [...] E una volta che siano state stabilite con esattezza tutte queste cose, non risulta con evidenza dai fenomeni che esiste un Essere incorporeo, vivente, intelligente, onnipresente, il quale nello spazio infinito come nel suo sensorio, vede intimamente le cose stesse e le percepisce completamente, e le capisce interamente in virtù della loro presenza immediata a Lui stesso? Di queste cose soltanto le immagini pervengono, attraverso gli organi del senso, nel nostro piccolo sensorio, e qui esse sono viste e guardate da ciò che in noi percepisce e pensa. E sebbene ogni vero passo fatto in questa filosofia non ci porti immediatamente alla conoscenza della Causa Prima, tuttavia ci avvicina ad essa, e per questo motivo va tenuto in grande considerazione. [da Isaac Newton, Ottica - ventottesimo "quesito" (1706)].

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  • Conferenza dell'8 novembre 2002

    ESPERIENZE  DI  QUASI  MORTE

    Prof. Umberto ACCETTELLA

    8 novembre 2002

    Possiamo iniziare domandandoci:
    1) Che cosa accade a chi arriva ad un passo dalla morte e poi riprende a vivere?
    2) È davvero possibile uscire e poi tornare nel mondo della materia?
    Alcuni dopo la cosiddetta esperienza di quasi morte "Le NDE" (= Near Death Experiences) ha riposto così: "Subito dopo la crisi mi sono ritrovata in un ambiente completamente buio, di un nero come non avevo mai visto. Un'oscurità completa. Avevo la sensazione di una pace enorme, una serenità e una tranquillità che non saprei descrivere con le parole. Non mi è mai successo, nella vita, di avere uno stato d'animo cosi intenso. Dopo questa mia esperienza ho letto di altri casi simili al mio, e ho scoperto che anche altre persone hanno la stessa impossibilità ad esprimersi: è una cosa più forte di qualunque stato d'animo normale. In questo buio mi sentivo viaggiare, come se mi spostassi, ma non avevo punti di riferimento reali. Era una consapevolezza interiore, una certezza, che non mi stupiva. Non ho visto nessuna luce, però... Stavo bene e mi sentivo leggera. A un certo momento ho percepito la presenza di una mia zia morta da tempo. Mi ha detto che dovevo tornare a vivere, che non era ancora arrivato il mio momento. Subito dopo mi sono risvegliata nella stanza".

    Le NDE (= Near Death Experiences, esperienze di quasi morte) sono esperienze interiori che vengono riferite da individui che hanno subito una crisi quasi mortale o una grave minaccia di vita, o sono stati dichiarati clinicamente morti per un certo periodo, ma che successivamente si sono ripresi o sono stati rianimati.
    La caratteristica che rende uniche le NDE è il fatto che sembrano svolgersi durante il periodo in cui l'individuo risulta o è considerato morto; un periodo cioè nel quale, secondo tutto ciò che sappiamo, non dovrebbe svolgersi alcuna attività psichica. È un fenomeno oggi molto seguito. Servizi televisivi, indagini di dilettanti appassionati, ricerche universitarie. Qualche studioso importante decide di sbilanciarsi e di dichiarare il proprio interesse su questo argomento; qualcun altro confessa invece di aver provato direttamente l'esperienza. Convegni, dibattiti che di rado trovano le risposte a tutte le domande; pubblicazioni che si susseguono in ogni parte del mondo, anche in Italia.

    Il tema delle NDE, cioè delle strane esperienze vissute da persone che sono state a un passo dal morire e sono tornate a vivere, sembra pian piano imporsi all'attenzione generale e sfidare, in quest'epoca di piccole grandi guerre, stragi e stermini, il diritto della vita contro quello della morte.
    In senso generale l'esperienza consiste nel ricordo di essersi staccati dal proprio corpo mentre questo moriva e di esser finiti a viaggiare verso una luce accecante, o in ambienti celestiali, mentre si veniva presi da una gioia e una felicità incomparabilmente superiori a ogni gioia e felicità terrena. Talvolta nell'altra dimensione s'incontra qualcuno o si scorgono panorami dominati da un grandioso senso di pace.

    Ma poi tutto finisce, quando si è "costretti"a tornare al corpo. Ci si risveglia in un organismo dolorante o malato, in preda a sensazioni contrastanti: una struggente nostalgia per la felicità appena assaporata e già perduta, la sicurezza incrollabile che la morte non è la fine dell'esistenza, il pudore (o la gelosia) di un'esperienza intima impossibile da comunicare perché i vivi non la capirebbero.
    Le esperienze raccolte sotto la sigla NDE comprendono complessivamente una serie di affermazioni dichiarate da una parte considerevole di persone che, dopo una crisi grave con rischio di vita, oppure una fase di morte clinica, sono tornate a vivere in seguito alla rianimazione medica o al superamento spontaneo della loro condizione. Secondo un calcolo che risale a pochi anni fa, si pensa che nei soli Stati Uniti circa 8 milioni di persone abbiano avuto, almeno una volta, un'esperienza di questo genere; il che significa che in Europa più o meno altri 8-10 milioni di persone hanno raccontato storie dello stesso genere. Su scala mondiale potrebbero dunque essere diverse decine di milioni gli individui che hanno vissuto un'NDE: continuare a ritenere che queste esperienze siano anomale, eccezionali o sporadiche è perciò tutt'altro che giustificato.
    Gli esperti che hanno cominciato a raccogliere le testimonianze su questi fatti hanno riempito i loro archivi di resoconti che nella maggior parte si snodano secondo una schema comune ben riconoscibile. Seguendo le indicazioni di uno dei più autorevoli studiosi di questo campo, lo psicologo americano Kenneth Ring ( che ultimamente ha abbandonato il settore, per approfondire indagini per lui più interessanti), si può dire che l'intera esperienza di chi è scampato alla morte si suddivide in due fasi:

    Da principio la persona avverte una gran sensazione di calma, di leggerezza, di pace interiore e di astrazione da tutto ciò che l'aveva occupata prima della crisi apparentemente mortale. Se aveva sofferenze fisiche, ora non sente più dolore; le preoccupazioni svaniscono.Poi viene l'impressione di distaccarsi dal corpo e di restare immersi in un benessere totale, galleggiando o volando in alto. Il soggetto prova un senso di leggerezza ed è in grado di riflettere su tutto questo con molta chiarezza. Si rende conto della situazione insolita in sui si trova, sa di essere morta, ma considera tutto ciò assolutamente reale.

    Un tunnel nel buio

    Il terzo momento consiste nella percezione di un tunnel buio, o comunque di un ambiente oscuro. È una percezione interiore, una consapevolezza, che non nasce da constatazioni dovute agli organi di senso, anche se si impone con grande forza.Al termine del tunnel (quarta fase) si può intravedere una luce intensa, abbagliante, verso la quale ci si sente attratti . Il movimento verso questo punto è irresistibile, anche perchè subentra la certezza che quello sia il luogo di entrata in un mondo ulteriore, spirituale, di sopravvivenza eterna.In alcuni racconti di NDE viene riferita anche l'entrata in questa luce - (quinta fase) -, l'immersione totale, caratterizzata da un'enorme felicità e serenità. Tutto sembra acquietarsi in un appagamento totale, sconfinato.

    I cinque stadi si susseguono in questa maniera soltanto in un numero limitato di casi, perché la maggior parte delle esperienze sembra interrompersi prima, in una delle fasi precedenti. A determinare fin dove ci si spinge in questo viaggio immateriale sembra il tipo di evento responsabile della crisi mortale. Kenneth Ring ha scoperto che gli aspiranti suicidi non superano praticamente mai la terza fase delle NDE, mentre i malati terminali, che si avviano verso una morte naturale, sono quelli che raggiungono più spesso il punto avanzato dell'immersione nella luce. Fatto salvo questo schema di riferimento, valido per la quasi totalità di chi riferisce un'NDE, da un racconto all'altro si riscontrano comunque differenze secondarie, al punto che si può tranquillamente affermare che non esistono due esperienze assolutamente identiche.
    Qualcuno, al termine del tunnel, percepisce non una luce indifferenziata, ma una figura luminosa, magari quella di un suo parente o di un personaggio della religione (un angelo, Gesù, un santo, e cosi via); qualcun altro riesce a distinguere un intero paesaggio "celeste", con prati, case, alberi, animali. Talvolta odono voci che chiamano, o che avvertono che è giunto il momento di tornare a vivere nel corpo: e allora si prova la sensazione che questo ritorno - per nulla desiderato - sia inevitabile. Altre volte si continuano a percepire persone e circostanze vicine al corpo morente.
    Un uomo, descrivendo la sua NDE, disse: "Era come se fossi in un angolo della stanza e guardassi giù, attraverso un filtro giallo. Giù c'ero io, sdraiato sul letto, con inserite le cannule intravenose. C'erano due infermiere e un dottore che trafficavano; il medico gridava perché stavano commettendo un errore e rischiavano di uccidermi. Non erano riusciti a far nulla di buono fino al suo arrivo. Me ne stavo lassù nell'angolo a osservare ciò che accadeva, quando improvvisamente ritornai giù.
    Il ritorno, a detta di tutti, avviene di colpo, come una specie di caduta improvvisa, di soprassalto. Si riacquista l'intera percezione della coscienza normale e si avvertono tutte le sensazioni dell'organismo, che in genere si trova in condizioni di sofferenza o di estremo disagio. "Mi trovavo in un giardino, proprio dietro un cespuglio", ricordò della sua esperienza una donna scampata a un principio di annegamento, "e non c'era nessuno davanti a me. Dei bimbi giocavano intorno a un grande albero maestoso... I bambini mi videro e mi fecero cenno di raggiungerli. Esitai un istante, ma poi decisi di andare... allora percepii uno strattone, come un risucchio. Capii di essere tornata nel corpo".

    Immortalità non per tutti

    A raccontare, dietro sollecitazione dei medici o dei ricercatori, queste esperienze considerate un superamento della morte fisica, è circa il 30-40% delle persone sopravissute a una crisi apparentemente mortale. Di fronte a questa cifra viene ovvio interrogarsi sul perché le NDE riguardino solo una percentuale parziale di risuscitati e non siano invece riferite dalla totalità. La risposta data dallo psichiatra americano Bruce Greyson è che in verità tutti loro hanno esperienze di questo genere, ma che in generale quasi tutti le dimenticano una volta scampato il pericolo e ripristinate le condizioni di vita normale. Sarebbe in atto, insomma, un meccanismo di eliminazione dei ricordi anomali che, specie in chi ha una personalità molto controllata e razionale, evita il conforto con realtà inspiegabili, potenzialmente angosciose.
    Oltre Gustavo Adolfo Rol che "camminava – secondo Dino Segre in arte Pitigrilli - come un illuminato sulla geografia dell'inconoscibile", in Italia abbiamo il primario chirurgo dell'ospedale Villa S. Pietro a Roma che lavora con l'ipnosi regressiva.      Con l'ipnosi regressiva Sodaro riporta indietro nel tempo i suoi soggetti utilizzando due meccanismi:

    la rivivificazione, ovvero la rievocazione dettagliata di un episodio della propria vita vissuta (ed è in questa fase che molti soggetti opportunamente guidati dall'ipnotizzatore ritornano letteralmente bambini, assumento i comportamenti tipici di un infante), el'ipermnesia ovvero la proiezione, sempre tramite un'opportuna suggestione ipnotica della mente del soggetto ancora più indietro oltre l'evento della propria nascita, spesso vissuto in maniera drammatica di fronte all'ipnotizzatore. In questo modo si recupererebbero le esperienze passate di vita.

    La gran maggioranza di chi testimonia queste esperienze afferma di essersi trovato, in quei momenti, in una dimensione senza tempo, senza durata, senza corporeità, nella quale tutto coesiste e nulla "avviene". Si avrebbe la sensazione, insomma, di essere un puro centro di coscienza non localizzato in un corpo, animato da un senso di gioia infinita, di calma e di serenità. Ciò malgrado, tutti dicono di aver mantenuto un'estrema lucidità mentale, che ha consentito di capire di essere ormai veramente morti, senza restare sconvolti da questo pensiero. La sicurezza di trovarsi in una dimensione spirituale aumentava a mano a mano che l'esperienza procedeva, e questo suscita notevoli perplessità: anche chiedendolo esplicitamente nessuno sa spiegare come si può avere una simile certezza in mancanza di elementi concreti e di conforti. Nessuno può sapere a che cosa somigli la "sensazione" di esser morti.

    Il cuore che non batte

    Dalle ricerche fatte ormai in tutte le parti del mondo, non è emersa alcuna correlazione tra caratteristiche demografiche o psicologiche e caratteristiche delle esperienze, anche se un certo rapporto con i fattori culturali e il condizionamento religioso si può senza dubbio dedurre da molti resoconti, e in particolare da quelli dei bambini. Pure in questi casi è riconoscibile lo schema dedotto dalle esperienze degli adulti. "Li sentivo dire che il cuore non batteva", ha ricordato una bambina di due anni "deceduta" durante un'operazione di appendicite. "Io li guardavo dal soffitto. Da lassù vedevo tutto. Volteggiavo vicino al soffitto e, quando vidi il mio corpo, non sapevo che era il mio. Poi capii, perché lo riconobbi. Uscii in corridoio e vidi mia madre che piangeva; le chiesi perché, ma lei non mi sentiva. I medici credevano che fossi morta. Poi venne una bella signora che mi aiutò, perché sapeva che ero spaventata. Attraversammo un tunnel e arrivammo in cielo. Ci sono dei bellissimi fiori, li. Stavo con Dio e con Gesù, che mi dissero di tornare da mia madre che stava soffrendo. Dicevano che dovevo continuare la mia vita. Allora tornai e mi svegliai".
    Tra le conseguenze che si producono nei soggetti dopo un'esperienza NDE va ricordato innanzi tutto il senso di nostalgia verso ciò che è stato lasciato. La stessa bambina che era stata "con Dio e con Gesù" disse, in risposta a una domanda rivoltale qualche tempo dopo, che "per molto tempo ho desiderato tornare là. Ancora adesso voglio rivedere quella luce, quando muoio". Un uomo scampato a un suicidio, ribadii : "Non credo che avrò più la tentazione di uccidermi. Ma sento una nostalgia fortissima per il luogo dove mi sono ritrovato dopo morto".
    C'è anche un altro strascico dell'esperienza nella vita di chi l'ha avuta: un rapporto diverso che si instaura con la vita di tutti i giorni, con gli altri esseri umani e perfino con se stessi. In genere si perde il timore della morte, si torna ad apprezzare la vita (anche con le sue difficoltà e le preoccupazioni) in quanto premessa all'esistenza futura, si pensa che qualunque atto abbia ormai un significato e un'importanza non trascurabili. Un'ampia maggioranza di queste persone si ritiene sicura che esista un'altra vita dopo la morte del corpo, mentre nei confronti dell'esistenza di Dio si rafforzano e si definiscono le convinzioni precedenti la crisi: chi era religioso vive con maggior vivezza la sua fede, chi era ateo o agnostico precisa meglio la sua incredulità e riversa il suo impegno nella vita attuale. Nessuno degli scampati a una crisi mortale con NDE, tenta più il suicidio o si lascia andare alla malattia o alla depressione. E questo ha fatto pensare che il significato di simili esperienze vada trovato proprio negli effetti prodottisi in chi le attraversa, per riversarsi poi, tramite loro, su tutta la collettività umana. Le NDE sarebbero quindi in qualche modo espedienti per ridurre o eliminare il timore della morte, con l'illusione di un'esistenza spirituale.
    Ma se è così bisogna dire che non si conosce ancora nulla dei meccanismi biologici e psichici in grado di svolgere questa funzione in caso di necessità. Recentemente tre autori americani (Lindley, Bryan e Conley) hanno suggerito la possibilità che lo stress che precede la crisi mortale distrugga l'equilibrio chimico e neurologico nel cervello, determinando la formazione e la liberazione di grandi quantità di particolari sostanze; come le endorfine e la ketamina, che normalmente hanno l'effetto di creare la sensazione di benessere, di insensibilità al dolore, di serenità, di uscita dal corpo, di leggerezza (volo). Questa potrebbe essere una spiegazione scientifica e del tutto naturale di esperienze che è invece facile esser portati a considerare di natura trascendente, come vere e proprie incursioni nell'aldilà, la dimensione in cui ci stabiliremo dopo la morte del corpo fisico. Per quanto sia affascinante, quest'ultima possibilità non può che rimanere, al momento, fuori di qualunque indagine rigorosa.
    Pur rispettando le convinzioni personali e la libertà individuale di credere a ciò che si preferisce, la scienza non può lavorare su ipotesi spirituali, ed è per questo che le ricerche oggi condotte in vari centri - privati e universitari - oltre che alla raccolta delle testimonianze si indirizzano quasi tutte verso modelli neurofisiologici di quel tipo. I quali sono senza dubbio interessanti, ma tutt'altro che esaurienti. Gli stessi autori che li hanno proposti per primi hanno detto che non sono in grado di spiegare tutto e che, per approfondire l'argomento "a questo punto è importante restare aperti alla possibilità che ci sia qualcosa di vero nelle percezioni di queste persone".
    Provvisoriamente e come conclusione possiamo dire: che cosa significhi quanto sopra esposto è ancora tutto da stabilire, ma ci si sta lavorando sopra. Nel territorio oscuro delle esperienze intime che si producono nell'incerto confine tra la vita e la morte, qualche seme di coscienza è stato già piantato. Si attende a breve che comincino a spuntarne dei germogli.

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