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Conferenza del 29 novembre 2002

2) L'IMPEGNO POLITICO DEI CATTOLICI
IN ITALIA DAL NON EXPEDIT
AI GIORNI NOSTRI.
I CATTOLICI TRA LE DUE GUERRE:
DALL'ITALIA LIBERALE ALL'ITALIA FASCISTA
E ALLO STATO REPUBBLICANO

Dott. Benedetto COCCIA

29 novembre 2002
Alla vigilia della prima guerra mondiale la stampa cattolica, su quello che fu il problema di fondo – intervento o neutralità - si trova schierata, almeno in un primo tempo, quasi tutta a favore della neutralità, ma con estrema cautela, al fine di evitare accuse di antipatriottismo.
Il più delle volte la difesa della neutralità era ispirata da motivi umanitari e da un logico antimilitarismo. Soltanto poche testate (e tra queste L'Unità cattolica) erano mosse al neutralismo da un sentimento filoaustriaco mai abbandonato da mezzo secolo. Tuttavia col trascorrere dei mesi si profilò qualche simpatia per l'intervento (Cfr. F. Meda, La guerra europea e gli interessi italiani, in Vita e pensiero, 30 marzo 1915; F. Meda, La violata neutralità del Belgio, in Vita e pensiero, 20 aprile 1915), anche perché il Vaticano - per ovviare al disorientamento dei cattolici di tutto il mondo - aveva distinto la posizione della chiesa e quella dei cattolici dei singoli paesi difronte alla guerra.
Si distinse fra la neutralità della chiesa, necessariamente assoluta, e la neutralità dei cattolici italiani che poteva essere condizionata dall'inviolabilità del patrimonio morale della nazione; era come affermare che i cattolici potevano sentire il dovere di intervenire per difendere i diritti, le aspirazioni e gli interessi dello stato italiano. Sicchè quei cattolici che - vuoi per contagio dell'infatuazione nazionalista dilagante nel ceto medio, vuoi per sereno ripensamento sugli interessi della patria – cominciavano ad essere su posizioni interventiste, ora potevano farlo senza scrupoli di coscienza.
Questa sorta di autorizzazione aprì la strada alla collaborazione da parte dei cattolici e dello stesso clero; questa partecipazione fu sancita ufficialmente nel giugno del 1916, quando si formò un ministero di "unione nazionale", e per la prima volta un cattolico, Filippo Meda, fu chiamato a far parte del governo come ministro delle finanze (Cfr. A. Fappani, L'entrata dell'on. Meda nel ministero Borselli, R.P.S., 1969; G. De Rosa, Filippo Meda e l'età liberale, Firenze, Le Monnier, 1959; Il nuovo ministero, in L'Osservatore romano 20 giugno 1916).
Verso la fine della guerra si realizzò un'aspirazione di molti cattolici italiani: la fondazione di un partito politico di ispirazione cattolica, per iniziativa del sacerdote siciliano Luigi Sturzo(Sull'opera di Luigi Sturzo Cfr. G. De Rosa, Luigi Sturzo, Torino, Utet, 1977; G. De Rosa, L'utopia politica di Luigi Sturzo, Brescia, Morcellania, 1975; G. Campanini, Luigi Sturzo - il pensiero politico, Roma, Città Nuova, 1979; G. De Rosa, La filosofia politica di Luigi Sturzo, il pensiero sociologico di Luigi Sturzo, Roma, Istituto Luigi Sturzo, 1980).
Già, in precedenza, altri tentativi erano stati fatti in tal senso, ma ormai i tempi erano maturi per la creazione di un partito politico di ispirazione cattolica, popolare e soprattutto aconfessionale. Al nuovo partito aderirono quasi tutte le testate del giornalismo cattolico, eccetto "L'Unità cattolica" che però mostrò una prudente simpatia per la nuova organizzazione politica. Organo di stampa del partito fu il settimanale Popolo nuovo diretto da Giulio Seganti.
Il partito di Don Sturzo suscitò simpatie in alcuni liberali ed in genere nel ceto medio per una serie di ragioni: la rinascita del cattolicesimo avvenuta alla fine della guerra, la ricerca di una forza alleata sulla quale poter contare per arginare la pressione socialista, la constatazione di trovarsi difronte ad una forza in espansione. La sopravvenuta vocazione politica, a lungo sopita, nella maggior parte dei giornali cattolici porta, qualche volta, a disorientamenti di metodo. Nel dicembre del 1919 esce a Milano una nuova rivista quindicinale di politica e questioni sociali: Civitas (Per notizie su questa rivista cfr. Civitas, Antologia di scritti 1919-1925 a cura di B. Malinverni, Roma, 1963), diretta da Filippo Meda, volta alla formazione di quanti intendevano seguire l'indirizzo "popolare". Quando uscì questa rivista i popolari erano presenti a Montecitorio con ben cento deputati.
In prossimità dell'avvento del fascismo iniziano serie difficoltà per gran parte del giornalismo cattolico. Nel 1922, in occasione delle elezioni amministrative, il partito popolare aveva deciso che i popolari si presentassero ovunque con liste proprie. Sicchè il giornalismo cattolico adottò, in quell'occasione, la tattica intransigente per accendere l'atmosfera di euforia e dare sicurezza ai cattolici. Ma i moderati - influenzati dalla tensione nazionalista e preoccupati per i continui scioperi che stavano paralizzando la vita della nazione - premevano affinché i cattolici facessero blocco con la destra, allo scopo di frenare l'avanzata dei sovversivi.
Il partito popolare italiano fu costretto ad autorizzare l'entrata dei cattolici in blocchi di destra in comuni spiccatamente rossi come Ferrara, Modena, Torino. Tuttavia essi tenevano a precisare che non si trattava di alleanza con i fascisti. Il fascismo era considerato al pari del bolscevismo e il giornalismo cattolico aveva deplorato col medesimo tono gli assassini, gli eccidi, sia che a compierli fossero i socialisti e i comunisti sia che fossero i fascisti.
Dunque la vocazione del giornalismo cattolico, in linea generale, era chiaramente antifascista; ma non mancarono le eccezioni. Ad esempio, a Milano, sempre in occasione delle elezioni amministrative del 1922, vi fu un serio contrasto tra il Partito Popolare e i cattolici moderati che erano entrati nel blocco di destra di cui facevano parte anche i fascisti; il quotidiano "L'Italia", alla cui direzione era stato anche Filippo Meda, oltre che preparare il terreno per questa alleanza, appoggiò la campagna elettorale del blocco che però fu battuto dai socialisti. Ben presto, però, sopravvennero una serie di avvenimenti (le persecuzioni, il sentirsi sganciati dall'opinione pubblica che era sempre più montata dalla propaganda fascista e soprattutto da quella borghese) che condussero al disorientamento di molti cattolici e al loro progressivo avvicinamento su posizioni filofasciste.
A questo punto, poiché gran parte delle testate giornalistiche si stavano sganciando dal Partito Popolare Italiano, Don Sturzo decise di fondare un proprio quotidiano: "Il Popolo" le cui pubblicazioni ebbero inizio nel 1923 e si conclusero nel 1925. Nel corso del 4° congresso del partito, tenutosi a Torino il 12 aprile 1923, si era affermata la linea di quei cattolici che volevano condurre il Partito Popolare Italiano sulla strada della "leale collaborazione" col governo fascista.
Dopo il congresso si ebbe la rottura tra fascismo e popolarismo. E' la fine per i popolari come per tutti i partiti politici, ma è anche la fine per una qualsiasi partecipazione dei cattolici alla vita politica del paese. La gerarchia ecclesiastica si era sempre tenuta in posizione neutrale nei confronti del Partito Popolare Italiano e le testate ufficiose del Vaticano, "L'Osservatore Romano" e "La Civiltà Cattolica" tenevano a ribadire che le organizzazioni cattoliche non avevano mai aderito al P.P.I. Queste precisazioni erano dettate dal timore che l'eventuale reazione violenta dei fascisti potesse coinvolgere e compromettere le associazioni cattoliche, e al tempo stesso che l'attività dei popolari potesse arrecare fastidi e imbarazzi alla S. Sede. Nel frattempo altri gruppi di cattolici si costituiscono in associazioni e movimenti per proclamare il completo consenso al governo fascista, dato che il fascismo "riconosce apertamente ed onora quei valori religiosi e sociali che costituiscono la base d'ogni sano reggimento politico, professando, contro le ideologie democratiche e settarie, principi di disciplina e d'ordine gerarchico nello stato, in armonia con le dottrine religiose e sociali affermate sempre dalla chiesa". Dal 1922 al 1926 furono devastate anche redazioni e tipografie di giornali cattolici, ma alla fine furono soppresse d'autorità pochissime testate; si preferì agire sugli uomini favorendo l'infiltrazione di giornalisti cattolici che simpatizzavano per il fascismo e che erano in definitiva gli eredi diretti della destra cattolica. Alcune riviste dell'Università cattolica come "Vita e pensiero" e "Rivista internazionale di scienze sociali" dopo il 1932 assunsero un atteggiamento filofascista. Le polemiche causate dal tentativo fascista di infeudare l'azione cattolica occuparono tutto il 1931 e costituirono la battaglia più importante del giornalismo cattolico durante il ventennio.
Difronte all'azione fascista che proclamava l'incompatibilità tra l'appartenenza alle federazioni di universitari cattolici e quelle di universitari fascisti, tutta la stampa cattolica si mobilitò. Ma la rottura definitiva tra governo e cattolici si ebbe ai primi di giugno dello stesso anno, quando i prefetti di tutta Italia ordinarono lo scioglimento delle associazioni giovanili che non facessero capo al Partito Nazionale Fascista.
Il 29 giugno 1931 Pio XI pronuncia per l'Azione Cattolica l'enciclica Non abbiamo bisogno, denunciando le durezze e violenze fino alle percosse e al sangue, irriverenze di stampa, di parola e di fatti contro le cose e le persone, demolisce inoltre l'accusa fascista consistente nell'affermare che i capi dell'Azione Cattolica fossero membri del Partito Popolare Italiano. Il motivo conduttore delle accuse era che Pio XI aveva fatto appello allo straniero e che la S. Sede si fosse alleata con le forze dell'antifascismo. Mussolini intuisce di essersi spinto troppo oltre in questo pericoloso tentativo di fascistizzare gli ambienti cattolici italiani e decide di non forzare oltre la situazione. Fra la S. Sede e il governo l' accordo, che prevede la compatibilità dell'appartenenza all'Azione Cattolica ed al Partito Nazionale Fascista, sarà concluso il 2 settembre 1931. Ha termine così il contrasto più grave fra mondo cattolico italiano e fascismo, ma al tempo stesso ha inizio un periodo di stasi e di attesa che testimonia anche la fine, almeno all'interno dell'Italia, dell'azione politica democratica dei cattolici italiani. Bisognerà attendere la fine della guerra per assistere al grande risveglio del giornalismo cattolico.
Ricordiamo che nel 1913 le elezioni avvennero con suffragio universale maschile, purché avessero prestato servizio militare (introduzione di simboli elettorali per gli analfabeti). In quest'occasione Giolitti stipulò un accordo fra liberali e cattolici, il famoso Patto Gentiloni, dove i cattolici si impegnavano a votare i laici dove mancassero candidati cattolici o dove fosse presente il rischio di una vincita della sinistra. I liberali a loro volta s' impegnavano a tutelare la scuola privata e ad opporsi ad eventuali provvedimenti particolarmente sfavorevoli per la Chiesa (con tale patto venne a meno la storica separazione fra Stato e Chiesa). Comunque sia nelle elezioni del 1913 vi fu un forte progresso dei rappresentanti della sinistra. Giolitti nel marzo del 1914 si dimise dal Governo, qualche mese più tardi sarebbe iniziata la prima Guerra Mondiale.
Con la fine della prima guerra mondiale (1919) si tennero le elezioni politiche che vennero realizzate con il nuovo sistema proporzionale, che consentiva a tutti i raggruppamenti, anche a quelli minori, di accedere al Parlamento (seggi in proporzione ai suffragi conseguiti). In queste elezioni avvenne l'ingresso ufficiale dei partiti politici. Ognuno di essi aveva un preciso programma politico ed una rigida struttura interna ed una salda organizzazione diffusa nel Paese (cosiddetto tesseramento).
Nacquero il Partito Socialista ed il Partito Popolare (sono le origini di tutti i partiti di destra e di sinistra). Quest'ultimo fondato da Don Luigi Sturzo introdusse in politica i cattolici. Nel 1919 nacque anche il movimento fascista, il cui leader indiscusso fu Benito Mussolini. In queste elezioni essi non riuscirono a far eleggere neppure un rappresentante, nel 1921 ottennero 35 seggi solo grazie all'appoggio di Giolitti che inserì i candidati fascisti nella lista sostenuta dal Governo (blocco nazionale).
I risultati delle elezioni del 1919 videro come vincitori i socialisti e i popolari, insieme sinistra e cattolici rappresentavano la metà del Parlamento.
Gli anni che seguirono furono caratterizzati da una notevole instabilità governativa, con continue tensioni interne. Iniziarono le lotte aspre sui posti di lavoro per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali. Il ceto imprenditoriale rispose spesso con la serrata, cioè con la chiusura forzata delle fabbriche. Numerosi furono gli attentati e le oppressioni alle organizzazioni operaie. Va notato poi che in quel periodo vi era in corso la rivoluzione comunista in Russia, e si aveva il timore che potesse accadere anche in Italia, tanto più che il Partito Socialista si ispirava chiaramente alle idee marxiste. Nel 1921 nacque poi il Partito Comunista, chiaramente ispirato a Marx e Lenin.
In questo clima ebbe la meglio la "linea dura" di Mussolini. Egli nell'ottobre del 1922 organizzò la marcia su Roma, un colpo di stato con l'intento di strappare al Re l'incarico di formare un nuovo governo. Essa non trovò quasi alcuna opposizione. Il 30 ottobre Vittorio Emanuele III conferì a Mussolini l'incarico di formare il nuovo governo.
Questo conferimento non era di certo legale, si era annullata di colpo l'importanza del Parlamento. Il Re poi chiamando Mussolini al governo si era posto fuori dallo stato, aveva conferito l'incarico sottostando ad un ricatto del capo del partito fascista. Il Parlamento comunque avrebbe potuto rifiutare al governo la fiducia, ma una parte considerevole di esso era favorevole a Mussolini (cattolici, liberali, destra estrema contro socialisti e comunisti).
Nel primo governo di Mussolini i ministri fascisti non erano la maggioranza, in quanto a Mussolini servivano voti sia di liberali che di cattolici. Gli storici in effetti lo definiscono dotato anche di una certa legittimità costituzionale.
Successivamente l'aspetto statale mutò profondamente, aumentava sempre più l'importanza del Governo, e in particolare quello del suo presidente.
L'obbiettivo fondamentale di Mussolini era la fascistizzazione del Parlamento per assicurarsi per il futuro una camera di sua completa fiducia. La legge Acerbo prevvedeva un premio di maggioranza alla lista che avrebbe riportato la maggioranza relativa ai suffragi nelle elezioni. Il premio consisteva nell'attribuzione dei 2/3 dei seggi della camere elettiva. Essa passò alla camera con l'appoggio di autorevoli esponenti (tra cui Giolitti).
Le elezioni del 1924 con la nuova legge Acerbo videro alla lista dei fascisti contrapporsi ben sei liste delle forze di sinistra. Contrassegnate da episodi di intimidazione, violenze e aggressioni, le elezioni videro il risultato favorevole al governo fascista vigente (65% dei voti). In occasione della prima seduta, il neodeputato socialista Giacomo Matteotti denunciò sulla base di una rigorosa documentazione, i brogli elettorali, le intimidazioni, le violenze....commesse dai fascisti chiedendo l'invalidazione delle elezioni. Due giorni dopo Matteotti venne assassinato. La maggior parte delle forze di opposizione al governo decise di non partecipare più al parlamento fino alla elezione di un nuovo governo (tranne i comunisti) [cosiddetto Aventino].
A distanza di due anni ciò che rimaneva del parlamento approvò una delibera secondo la quale gli aventinisti venivano considerati decaduti. Tale provvedimento era illegittimo sostanzialmente, in quanto il parlamento non poteva dichiarare la decadenza di un rappresentante eletto dal popolo, formalmente, in quanto colpì anche i comunisti che non avevano affatto abbandonato i lavori parlamentari.
Le leggi fascistissime furono una serie di provvedimenti legislativi approvati da Mussolini finalizzati a modificare la disposizione istituzionale italiana (periodo di edificazione del totalitarismo). Con esse si ha:
un formale ritorno al costituzionalismo puro: il presidente del consiglio è il capo del governo, primo ministro, segretario di stato, e ha una posizione di preminenza rispetto agli altri ministri che sono suoi collaboratori. è lui che dirige il governo, è eletto, e può essere revocato solo dal re. Poteva decidere l'ordine del giorno delle camere e richiedere un riesame, entro tre mesi, di una legge che il parlamento aveva respinto, in quanto gradita al governo(viene a mancare il controllo del parlamento).
al governo viene affidato un ampio potere legislativo, poteva emanare norme aventi lo stesso vigore di quelle parlamentari. Emanati sulla base di "uno stato di necessità" entro due anni le camere le dovevano convertire in legge; il periodo cosi lungo vanificava ogni possibilità di controllo parlamentare sull'atto esecutivo (funzione notarile delle camere / il potere esecutivo diventa legislativo).
fu istituito il Gran Consiglio del Fascismo inizialmente organo consultivo, poi anche decisionale, quando gli venne attribuito il compito di formare la lista unica dei candidati alle elezioni.
fu istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, con la competenza di giudicare una vasta serie di delitti politici.
Furono create le Corporazioni, che dovevano collegare fra loro associazioni sindacali dei datori di lavoro a quelle dei lavoratori (stato corporativo).
Furono abolite e limitate le libertà di riunione, associazione, e di opinione. Venne imposta ai dipendenti pubblici l'iscrizione al fascio.
L'Italia alla fine del 1927 era così trasformata in uno stato totalitario. Patti Lateranensi (1929): accordo fra Mussolini e la santa sede (piena efficacia al matrimonio religioso al pari di quello civile) con essi Mussolini cercava il consenso indispensabile della gerarchia ecclesiastica al regime.

L'Italia fascista dal 1930 al 1943
Nel 1929 si tennero le seconde elezioni dell'era fascista. Gli elettori dovevano votare per una sola lista costituita da tanti candidata quanti i seggi (400). Si trattava di dare il proprio assenso o dissenso al fascismo (sistema plebiscitario / unanime). Il 90% dell'elettorato votò il gran consiglio del Fascismo.
Gli anni del 1930 al 1943 furono perciò caratterizzati dal consolidamento del regime. Nel 1930 venne emanato il codice Penale, "Codice Rocco", che prevede, tra gli altri,una lunga serie di reati di opinione e associazione, introducendo la pena di morte. Anche il codice di Procedura Penale venne ristrutturato secondo l'ideologia fascista: abolite giurie popolari, limitate le garanzie degli imputati, rafforzato il potere della pubblica accusa. Dal 1935 al 1939 il regime puntò a realizzare il suo sogno imperiale di dominare su una parte dell'Africa orientale, conquistando l'Etiopia, e in seguito l'Albania. Fra il 1938 e il 1939 vennero introdotte le leggi razziali, che prevedevano l'espulsione degli ebrei stranieri e l'esclusione di quelli italiani da ogni livello di istruzione, con l'istituzione di ghetti. Vennero proibiti i matrimoni misti, e furono esclusi gli ebrei dal servizio militare e dagli incarichi pubblici...
Nel 1939 viene abolita la Camera dei Deputati sostituita con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, costituita da tutti coloro che ricoprivano determinati incarichi nel partito o nelle corporazioni. Se decadevano da tali incarichi, cessavano di essere membri della camera. Questo non richiedeva il ricorso ad elezioni politiche.
Nel 1939 l'Italia firmò con la Germania il cosiddetto Patto d'Acciaio, con il quale l'Italia si impegnava ad intervenire militarmente a fianco della Germania in caso di guerra. Con l'inizio del secondo conflitto mondiale a causa della conquista della Polonia, nel 1940 l'Italia entro in guerra.

Verso un nuovo ordinamento costituzionale
Nel 1943 le sorti volsero in peggio per l'Italia e la Germania. Dopo l'Invasione in Sicilia delle truppe anglo-americane il Gran consiglio del Fascismo votò e approvò una mozione di sfiducia nei riguardi di Mussolini. Il Re revocò ad esso la nomina di capo di Governo e lo fece arrestare affidando ad un militare, Pietro Badoglio l'incarico di costituire un nuovo Ministero. Il Governo Badoglio abolì innanzitutto il Consiglio del Fascismo, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni e il tribunale speciale. L'otto settembre firmò l'armistizio con gli anglo-americani. I fascisti irriducibili si erano ricostituiti nelle Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò (Repubblica di Salò).
La guerra di liberazione iniziata nel settembre 1943 si concluse alla fine di aprile del 1945, quando avvenne la definitiva liberazione del nord Italia e la cessione delle ostilità. Le organizzazioni partigiane che avevano condotto la resistenza si erano strutturate nel CNL (comitati di liberazione nazionale), dei quali facevano parte antifascisti (cattolici, social - comunisti, azionisti...).
Sarà proprio il CLN nel 1944 a siglare un accordo con il re, il patto di Salerno, con esso il sovrano consegnò la corona al figlio Umberto, impegnandosi a convocare un'Assemblea Costituente con il compito di decidere quale aspetto conferire allo stato, riscrivendo una nuova Carta Costituzionale (luogotenenza del Regno). Il presidente del Consiglio Badoglio fu sostituito con Ivano Bonomi, esso era emanazione dei partiti rappresentanti nel CNL, perciò formalmente legato alla corona. I governi successivi vennero nominati secondo questo nuovo schema istituzionale. Dopo la liberazione il Governo De Gasperi decise di affidare la scelta fra monarchia e repubblica anziché a un'Assemblea Costituente, a un referendum istituzionale.
Il 2 giugno 1946 gli Italiani furono chiamati alle urne sia per decidere quale forma il paese doveva assumere, repubblica o rimanere monarchia, sia per eleggere i rappresentanti che avrebbero dovuto elaborare il progetto di una nuova costituzione (Assemblea costituente). Per la prima volta si ebbe suffragio universale sia maschile che femminile. Il risultato del referendum fu, seppure di stretta misura, a favore della repubblica, il regno d'Italia divenne così la Repubblica Italiana.

I lavori della Costituente
Con le consultazioni del 2 giugno 1946 si procedette alla elezione di 556 membri dell'Assemblea Costituente, che sarebbero rimasti in Carica fino a definire e approvare la costituzione della Repubblica Italiana. Le elezioni si svolsero con il sistema proporzionale, i maggiori suffragi andarono alla Democrazia Cristiana (ex Partito Popolare), al Partito socialista e a quello comunista. Nella costituente erano presenti numerosi altri tipi di partiti (liberali, repubblicani, azionisti..).
Il 25 luglio 1946 l'Assemblea iniziava i lavori eleggendo Enrico de Nicola, "capo provvisorio dello stato". L'impegno di predisporre il progetto di testo costituzionale fu affidato ad una commissione composta da 75 membri (commissione dei 75) la quale si divise in tre commissioni, ognuna delle quali si doveva occupare rispettivamente di: diritti e doveri dei cittadini la prima; ordinamento costituzionale della Repubblica; diritti e doveri economici-sociali.
La commissione dei 75 presentò il progetto di testo costituzionale all'Assemblea per la discussione generale, l'approvazione avvenne a larga maggioranza, o quasi all'unanimità. La costituzione approvata il 21 dicembre 1947 fu promulgata il 27, ed entro in vigore dal 1° gennaio 1948.

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