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Una messa a Georgetown

UNA MESSA A GEORGETOWN

La Dahlgren Chapel - retta dai Gesuiti, fondatori dell'Università di Georgetown - è una chiesa moderna; a parte qualche anziano professore, nulla sembra avere più di settant'anni. È tuttavia accogliente e, come tutte le chiese di qualsiasi confessione negli Stati Uniti, impegnativa. È esagerato sostenere che la religione cattolica, per vivere, ha dovuto trasformarsi in una sorta di setta protestante (questo scrisse Mario Soldati in America primo amore). Di sicuro, però, le messe americane non sono fatte per gli spettatori, come invece quelle in certe chiese italiane, dove cantare e rispondere al celebrante viene considerato una mancanza di dignità.
In America si partecipa, o si sta a casa. I cattolici italiani in visita - anche i praticanti - rimangono perplessi e ammirati, di fronte al piccolo tour de force rappresentato da un rito americano. Niente di gratuitamente bizzarro, sia chiaro. Semplicemente, non ci si può distrarre.
In apertura, il celebrante spiega che l'assemblea dei fedeli non è un gruppo di estranei. Invita perciò i vicini a presentarsi. Questa operazione, che in Italia verrebbe risolta con un breve saluto e in Germania con un cenno del capo (seguito dalla dichiarazione del titolo accademico), negli Stati Uniti diventa un piccolo happening. Domenica dopo domenica, ho conosciuto studenti del New Jersey, i loro genitori, ex-alunni, quasi-medici, futuri avvocati. A ognuno ho detto chi ero, e cosa facevo a Washington, suscitando educato interesse (è un piccolo lusso degli europei in America; l'attraversamento dell'Atlantico conferisce importanza alle attività più normali). L'intimità continua al momento di scambiarsi un segno di pace; la scorsa settimana, una donna di fronte a me s'è girata, s'è lanciata sul mio vicino e gli ha chiesto com'erano andate le vacanze. L'aspetto comunitario non si esaurisce con le presentazioni (che comportano un problema: dopo aver conosciuto qualcuno, vien voglia di continuare la conversazione durante la messa). C'è il Padre Nostro mano nella mano; una preghiera con il braccio destro alzato in una sorta di saluto romano (beata l'America, che non ha certi ricordi); gli applausi per i suonatori. Ricordo la promozione in stile turistico dei ritiri spirituali (cinque giorni, tutto compreso) e «un metodo in quattro lezioni» per imparare a leggere i vangeli.
In qualche caso, durante l'omelia, il celebrante rivolge domande sulle letture (obbligando i presenti a stare in campana). Durante la preghiera dei fedeli, ognuno ha la possibilità di proporre un'intenzione. In Italia, quando accade, si tratta quasi sempre di intenzioni oneste, ma vagamente retoriche (pace nel mondo, fame in Africa). Gli americani invitano a pregare per amici e familiari, con tanto di nome e cognome, e aggiunta di particolari privati.
Durante la comunione, poi, la differenza tra una chiesa americana e una chiesa italiana diventa enorme. In America, tutto avviene con perfetta coordinazione: escono i fedeli dei primi banchi, si allineano al centro, rientrano lungo i corridoi esterni. Quando un banco rientra, quello successivo si muove. Avete notato quello che succede in Italia? Tutti partono contemporaneamente, formando una dozzina di file private, che si snodano attraverso i banchi e le sedie, come colate di lava. Chi rientra al proprio posto - assorto, o così pare - cozza contro chi aspetta, in una spettacolare riproduzione degli ingorghi automobilistici sperimentati durante la settimana.
È alla fine della funzione, tuttavia, che un europeo smette di sentirsi per metà imbarazzato e per metà ammirato, e propende per quest'ultimo sentimento. In Italia, le parole «La messa è finita» producono l'effetto di un colpo di pistola in un branco di gatti: i presenti schizzano fuori, girando le spalle al celebrante, neanche fosse il cameriere di uno snack-bar. Quando il povero sacerdote arriva a pronunciare la frase «Andate in pace», la gente è già sul sagrato, o in pasticceria. In America - non solo nella cappella Dahlgren - i fedeli cantano con gusto l'ultimo inno, attendono rispettosamente che il celebrante scenda dall'altare e arrivi alla porta, dove saluterà i presenti uno a uno. Allora, senza fretta, si avviano in direzione dell'uscita, e verso il resto della domenica.

da: Beppe Severgnini
"Un italiano in America"
Ed. Rizzoli, 1995.
Pagg. 116-119.

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