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La condizione umana

HANNO VISSUTO LA CONDIZIONE UMANA FINO IN FONDO

L'umanità fa pensare a un'immensa nave af­fondata. C'è stata una catastrofe, un'avaria, una falla e la nave è affondata a cento, due­cento metri di profondità. Ma per fortuna le paratie stagne hanno tenuto duro, i passeggeri sono vivi e si può sperare perfino la salvezza.

Si sono divisi in due blocchi:
- Gli uni organiz­zano il ritorno in superficie: cercano di chiu­dere le falle, di escogitare segnali per comuni­care con la superficie, di alleggerire la nave perché si alzi un po' dal fondo; sono tesi ver­so l'alto, nell'ascolto, in agguato, in attesa.
- Gli altri s'incaricano di provvedere alle neces­sità della vita del momento: distribuiscono i viveri, migliorano la sistemazione e perfino (bi­sogna pur vivere bene!) assicurano le distra­zioni.

Rapidamente l'equipaggio si abitua alla sua nuo­va esistenza. Stringono nuovi legami, scoprono interessi comuni; sono riusciti a prolungare la propria vita e ne sono assai soddisfatti. Anzi i membri del secondo gruppo finiscono per aver l'impressione che i primi perdano il loro tem­po. Stentano a capirli sentendoli parlare sem­pre di «lassù», di «cielo» e dei loro sforzi per risalire. E sono molto tentati di dir loro: «Ehi voi, sognatori, venite a darci una mano per sistemarci un po' meglio quaggiù. Noialtri lavoriamo. E ci si diverte. E questo serve a qualcosa almeno!».

Allora il capitano, periodicamente, deve riu­nire tutto l'equipaggio, come ci si è riuniti oggi in chiesa. E parla loro, li richiama alla realtà, alla ragione: Come potete essere così dimen­tichi, così frivoli? Non vi rendete conto che non potremo stare qui a lungo? Siamo asse­diati, minacciati a ogni istante, il pericolo ci aspetta al varco. L'acqua preme su tutte le pareti e può asfissiarci da un momento all'altro. Mostri giganteschi si aggirano intorno a noi; ci sfiorano pescicani, piovre, granchi giganti, saggiando la nostra resistenza. In un secondo il fianco della nave può cedere, in un secondo possiamo morire. Non sentite questi scricchio­lii, questi urti, non sentite queste ondate?

Non siamo fatti per vivere qui nel fango, in­collati al fondo fra le alghe, l'acqua torbida, l'oscurità, l'oppressione. Ricordate la luce, il sole, l'aria pura. Come era bello vivere lassù! Come erano belli gli alberi, i fiori, e come era bello vivere liberi nella luce!
• Poi, tu, ricorda tua madre: è in attesa, ti aspetta da sempre e non vive che per rivederti.
• Tu, tua moglie, tuo marito. E tu, tuo figlio.
• Tu, tutta la tua famiglia alla quale manchi. Sono loro che pensano a noi. Si preoccupano per noi. Desiderano con tutte le loro forze di rivederci. E non possono immaginare che li abbiamo dimenticati!

Ascoltano, tornano i ricordi, si commuovono, piangono. Ma alcuni, molti anzi (è una cosa inverosimile, terribile a dire, ma vera) devono fare uno sforzo, devono reagire per poter ri­cordare! Si sono abituati così in fretta, si sono trovati così a loro agio nella nuova esistenza! Hanno preso gusto alle cose di quaggiù, si sono attaccati, abbarbicati, impantanati nelle condizioni così meschine della nuova vita! Da­vanti al ricordo di quel mondo luminoso e arieggiato vacillano, perdono la bussola, si do­mandano se avranno abbastanza forza per strap­parsi di lì e per riadattarsi in alto.

Felici coloro che hanno lassù qualcuno che amano tanto da non essere spaventati dalla via da percorrere per raggiungerlo, per ritrovarsi insieme! Felici coloro per i quali il cielo è popolato di presenze sensibili e familiari! Co­me quaggiù non abbiamo conosciuto un po' il cielo che nella misura in cui abbiamo ab­bastanza conosciuto e amato qualcuno che era incaricato di farcelo presentire, così per noi ora il cielo non è una realtà desiderabile che se abbiamo qualcuno che di là ci chiama e ci tende le braccia.
Per molti di noi l'arrivo in cielo sarà una ter­ribile sorpresa. Dovremo ammettere di non avere mai pensato seriamente al nostro incon­tro con Dio e alla nostra riunione con gli altri. Fortuna che lassù si è migliori di qui! For­tuna che quelli che ci accolgono sono infini­tamente compassionevoli e pronti a soccor­rerci! Guai però a chi si sarà tanto indurito, disseccato, a chi sarà divenuto incapace d'inte­nerirsi, di commuoversi, di pentirsi, di lasciarsi guadagnare da tutto l'amore di cui non si è cessato di circondarlo.

Poiché se voi non pensate al cielo, in cielo si pensa molto a voi. Quando vi risveglierete da questo lungo sonno, da questo pesante tor­pore della nostra esistenza terrena, vi trove­rete stretti fra le braccia di colui che non ha mai cessato di amarvi. Saprete che il meraviglioso volto che allora vi si discoprirà nella tenerezza e fra lacrime di gioia, era sempre stato chino su di voi nella tristezza e nel do­lore. E là ritroverete questi amici discreti e fedeli che vi avevano aperti all'amicizia, alla fiducia, all'amore, alla fede e che non erano scomparsi che per destare in voi il desiderio di raggiungerli.

Saprete perché in fondo la vita vi era sempre apparsa prodigiosamente clemente e favorevole, e perché malgrado tutte le tristezze e le sofferenze di quaggiù avevate intuito che l'esistenza racchiude un valore ine­stimabile, una dolcezza, un gusto, un richiamo che non avremmo potuto mai rinnegare.

Sapremo perché siamo stati talvolta così felici, così fieri, così sicuri anche se, subito dopo, questi momenti sono stati seguiti da grandi umiliazioni e lutti. Sapremo che il cielo ha cer­cato di richiamare di continuo la nostra at­tenzione, si è donato, si è comunicato a noi, e che i più bei momenti e le persone più buo­ne del nostro ambiente non erano che avver­timenti, presentimenti, promesse, anticipi di quello che ci attendeva in cielo.

Sì, la nostra sosta qui, sulla terra come a que­sta messa, è fatta per darci il gusto del cielo, il gusto dell'amore, il gusto di Dio. State at­tenti: coloro a cui la presenza, l'amore e la bontà di Dio non hanno mai dato gioia sulla terra, coloro che durante la vita non hanno pro­vato il gusto del cielo, non lo proveranno mai.

Affrettiamoci, sbrighiamoci a imparare a cono­scere il vero Dio, ad amarci gli uni gli altri, per divenire capaci di raggiungere presto nella gioia quelli che ci hanno amato così bene, così te­neramente, così pazientemente da insegnarci ad amarli a nostra volta.

da: Louis Evely
"A confronto col Vangelo"
Cittadella Editrice, Assisi, 1969.
Pagg. 375-378.

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