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La Messa clandestina di padre Hsia

LA MESSA CLANDESTINA DI PADRE HSIA

Se oggi è ancora vivo, Padre Hsia dovrebbe essere stato liberato da quel campo di prigionia cinese a sud di Pechino. Fu lì che, verso la fine del 1961, io lo vidi l'ultima volta. Sono passati parecchi anni, eppure, ogni volta che è Natale, la figura fragile di quel vecchio cinese, dal viso solcato di rughe e dagli occhi indomiti, torna a rivivere nel mio ricordo. Mi sembra di rivederlo là, in piedi nel vento gelido, con in mano l'ostia e il vino mentre pronuncia le parole della consacrazione, conscio di rischiare la fucilazione per ciò che sta facendo.
Conobbi Hsia all'inizio di quel lontano anno, dopo uno dei soliti spostamenti in massa che il comandante di brigata Yang ordinava per tenere i prigionieri sempre in stato d'allarme. Venni assegnato a una compagnia di 18 uomini: dovevamo ripulire dei porcili, trasportare il letame e seppellire i morti. Hsia dormiva sulla stuoia di paglia vicino a me.
Fin da principio egli rappresentò per tutti noi un motivo di preoccupazione. Aveva un aspetto cosí vecchio e cosí debole che sembrava impossibile potesse riuscire a fare la sua parte di lavoro. Inoltre, e questa era la cosa più grave, era stato monaco trappista e quindi ci parlava sempre di Dio, di come egli ci avrebbe aiutati se non avessimo perso la nostra fede in lui. Ma quasi tutti noi avevamo ormai perso la nostra fede da lungo tempo. Ci avevano pensato i comunisti. La religione, considerata una specie di oppio e di superstizione, era bandita dalla Repubblica Popolare Cinese. A chiunque si ostinasse a credere nell'esistenza di un potere più alto di quello di Mao Tse-tung venivano inflitte severe condanne. I cristiani insomma erano perseguitati perché, fra l'altro, essi avevano la colpa di adorare il Dio degli imperialisti.
Hsia, più di ogni altro, avrebbe dovuto conoscere il pericolo: era stato condannato a 20 anni di lavori forzati e la sua unica colpa era quella di essere prete. Eppure continuava a pregare e a praticare, come poteva, la sua religione. Tutti noi lo lasciavamo in pace, anzi lo evitavamo. C'erano già abbastanza pericoli, non era il caso dunque di aggiungerci la religione di Hsia.
Ma lui non si lasciava intimidire. Non so come avesse scoperto che ero l'unico cattolico, oltre a lui, della compagnia, e un giorno durante una pausa del lavoro mi si avvicinò: «Sei sempre un buon cattolico, vero, Jean? In cuor tuo lo sei, vero?»
«Sono un prigioniero, vecchio» risposi stancamente. «Lasciami in pace».
Sembrò non aver sentito. «Potremo pregare insieme, Jean. Potrei ricevere la tua confessione».
«Ascolta, Hsia» dissi bruscamente, atterrito al pensiero che qualcuno potesse sentire quel vecchio pazzo. «Se vuoi trovarti davanti a un plotone d'esecuzione, è affar tuo. Io sto cercando di salvarmi la pelle. Perciò piantala, hai capito?»
Le mie parole non sembrarono offenderlo. «Va bene, figlio mio» replicò. «Capisco. Solo, ricorda che ti sono amico». E si allontanò per prendere il cesto di letame da trasportare.
Nonostante il suo aspetto debole, Hsia riusciva, non si sa come, a trascinarsi su quel terreno accidentato sotto il peso dei due cesti di letame - 35 chili ciascuno - appesi alle estremità di un bastone. Quasi piegato in due dal peso che gli gravava sulle spalle, egli procedeva, facendo la sua parte di lavoro e spesso anche quella di uomini più deboli. «Cosa pensi dia al vecchio la forza di tirare avanti?» chiese una volta qualcuno.
«Dio» rispose un altro. «Quando Yang non guarda, Dio scende e porta il letame per lui». Ci fu uno scoppio d'ilarità generale.
Non avevamo molte occasioni per ridere. Lavoravamo dall'alba fino al tramonto e il nostro rancio quotidiano era costituito da un surrogato di pane e da una scodella di brodaglia. Le nostre celle erano sudici tuguri infestati da mosche nere e da pulci e ogni giorno quelli di noi che erano assegnati al seppellimento dei morti avevano da trasportare il cadavere di qualcuno su per la lunga salita che conduceva al cimitero.
Quell'estate pensai che fosse giunto il mio turno. Reso debole dalla dissenteria e dalla denutrizione, caddi svenuto nei campi e venni portato all'infermeria. Per giorni rimasi in stato d'incoscienza. Una notte, quando riacquistai i sensi, trovai Hsia lì accanto a me che mi faceva aria sul viso. Mascherando poi i suoi movimenti, allo scopo di non farsi vedere, cominciò a imboccarmi. Era una zuppa calda che sapeva di rana, di erbe e di riso, e a ogni cucchiaiata mi sentivo tornare le forze.
«Possono torturarci e distruggere il nostro corpo, figliolo» mi bisbigliò. «Ma non possono intaccare la nostra anima. Sta a noi non permetterglielo».
Venne ancora da me tre volte e ogni volta mi portò della zuppa. Soltanto a settembre, quando fui di nuovo abbastanza in forze da tornare al lavoro, seppi di come avesse persuaso gli altri, un po' con le buone e un po' con le cattive, a raccogliere erbe selvatiche e ad acchiappare rane durante la pausa di mezzogiorno, e di come lui stesso avesse rubato, poco per volta, il riso finché ne aveva avuto tanto da riempire una ciotola e farlo cuocere di nascosto su un fuoco improvvisato. Lo ringraziai e mi vergognai di come lo avevo trattato.
Un giorno Hsia mi raccontò del suo arresto. Nel 1947 i comunisti avevano invaso lo Yangkiaping, la sua provincia natale. Lui era assente dal monastero e al suo ritorno aveva trovato tutti i monaci uccisi e gli edifici in macerie. I soldati, che avevano ormai sfogato la loro sete di sangue, si erano accontentati di buttarlo in carcere. Dopo essere stato sottoposto per due anni a una serie di interrogatori, era stato condannato a 20 anni di «rieducazione attraverso il lavoro».
«Be', ma almeno sei ancora vivo» osservai io.
Mi guardò diritto in viso. «Sono vivo perché è il Signore che lo ha voluto. Credo egli abbia voluto assegnarmi un compito. Se così non fosse, allora avrei preferito condividere la sorte dei miei fratelli».
Il novembre di quell'anno Yang mi mise a capo di un distaccamento che doveva preparare le risaie del Campo 23. Dopo non molto tempo mi mandò a chiamare. Mi disse che gli era stato riferito che Hsia durante la notte pregava in segreto. «È vero?» mi chiese urlando.
Mi sforzai di sorridere. «Ma no, è soltanto un vecchio che dopo aver lavorato tutto un giorno è stanco e balbetta nel sonno».
Yang mi fissò a lungo con aria minacciosa. «Se vengo a sapere che ha detto una sola parola di preghiera, ve la faccio pagare cara a tutt'e due. Diglielo».
Non appena tornai nella baracca andai da Hsia. «Devi stare attento» gli dissi. «Io posso rischiare qualche mese di segregazione. Ma tu... tu rischi la pelle».
«È poi cosí importante, la mia vita?» mi chiese tranquillo.
Non c'era proprio verso di farlo ragionare, quel vecchio.

Arrivò dicembre: faceva molto freddo e un vento gelido soffiava sibilando da nord-ovest. Un giorno, verso la fine del mese, Hsia venne zoppicando verso di me che mi trovavo ai margini delle risaie e mi chiese se poteva riposarsi qualche minuto. «Tra poco ci sarà l'intervallo. Non puoi aspettare?»
«No, perché poi arrivano le guardie». Voleva dirmi senz'altro qualcosa, ma non sapeva come. «Lo sai che giorno è oggi?»
«Lunedì 25 dicembre» gli risposi irritato. E poi tacqui, rendendomi conto in quello stesso istante non solo che era Natale, ma che il vecchio voleva pregare. «Hsia» lo supplicai «è da pazzi correre questo rischio».
«Ma io devo farlo» osservò calmo. «E voglio che anche tu preghi con me perché soltanto per noi due questo giorno vuol dire qualcosa».
Mi guardai attorno. Non c'erano guardie in vista e il compagno più vicino era a oltre mezza strada dal campo. «Scendi nel fosso d'irrigazione» dissi. «Ti dò 15 minuti, vecchio. Non di più».
«E tu?»
«Io rimango qui».
Furono attimi terribili, quelli che seguirono. Ogni volta che la voce del vento cambiava mi sembrava di riconoscere l'urlo di una guardia. E poi qualcosa, non so che cosa, mi fece vincere questa paura e mi spinse verso il fosso. Ciò che vidi sembrò sopraffarmi. Per la prima volta in quattro anni io dimenticai Yang e il campo di prigionia e ricordai cosa significasse credere in qualcosa di più della semplice esistenza.
Giù nel fosso asciutto Hsia stava dicendo la Santa Messa. Per chiesa aveva quella selvaggia distesa della Cina settentrionale e per altare un cumulo di terra gelata. L'uniforme lacera della prigione costituiva i suoi paramenti e una tazza di smalto sbeccata era il suo calice. Da pochi chicchi di uva serbati gelosamente per chissà quanto tempo era riuscito a ricavare qualcosa che somigliava al vino e da una manciata di frumento, che doveva aver rubato durante il raccolto, aveva ricavato un sottile biscotto che doveva servirgli da ostia. Non c'erano candele sull'altare di Hsia: le sostituiva una fiammella tremolante accesa con pochi sterpi secchi. Per coro c'era il vento di tramontana che soffiava incessante fino a diventare un inno. Sembrava che quella piccola fiamma portasse le preghiere del coraggioso vecchio direttamente in cielo e che il vento le spargesse qua e là ai quattro angoli della terra.
D'un tratto provai l'irresistibile desiderio di condividere la fede di Hsia. Pensai che in nessun 1uogo al mondo, nemmeno nelle chiese più grandiose della Cristianità, qualcuno potesse celebrare, quel giorno di Natale, una Messa così ricca di significato. Senza che me ne rendessi conto, intonai le parole sacre: «Et cum spiritu tuo».
Per niente sorpreso, Hsia annuì come per incoraggiarmi. «Ite Missa est» salmodiò e la risposta quasi dimenticata mi uscì spontanea dalle labbra: «Deo gratias». La Messa era terminata.
«Il Signore ci perdonerà e capirà che non è mancanza di rispetto, la nostra» disse Hsia. «Questo non è il modo più adatto per...»
Mi sentivo la gola stretta. I suoi valori immutati, immutabili, il suo timore, non di essere fucilato, ma di poter offendere il Signore, mi avevano finalmente fatto capire quello che il vecchio aveva cercato di dirmi in tutti quei mesi: che la semplice sopravvivenza, come può essere quella di un animale, fatta di astuzie e di terrore, non può bastare a un uomo. Un uomo deve avere qualcosa al di là di sé stesso per cui vivere: un sogno, una fede. E dissi: «Sono sicuro, padre Hsia, che Dio capirà e ci perdonerà».
«Grazie, Jean. Che il Signore ti protegga».
E per la prima volta in quattro anni credetti che l'avrebbe fatto davvero.
A questo punto vidi Yang pedalare con la sua bicicletta verso il fosso. Ebbi appena il tempo di saltare giù e di stendere le mani sulla fiamma, come per scaldarmi, prima che lui guardasse giú sospettoso.
«Cosa state facendo?» ruggì.
«Questo vecchio scemo ha voluto fare un po' di fuoco per scaldarsi» dissi con un sorriso innocente.
«Il lavoro si interrompe soltanto quando è il momento del riposo, non prima!» urlò Yang. «Tornate a quello che stavate facendo!»
Alcuni giorni dopo ci fu un altro dei soliti spostamenti di condannati e Hsia venne separato da me. Non l'ho più rivisto. Ma da quel giorno, per tutto il resto del tempo che rimasi in quell'orribile campo, un angolo secreto del mio cuore fu al sicuro da Yang e dalle sue guardie, sicuro e senza paura.
Forse oggi Hsia è ancora vivo, o forse è morto. Ma se anche lo hanno ucciso, quelli che lo hanno fatto avranno distrutto soltanto il corpo che ospitava la sua anima indomita.
Jean Pasqualini

Jean Pasqualini, nato in Cina da padre còrso e madre cinese, è morto a Parigi nel 1997 all'età di 71 anni. Dopo aver lavorato come traduttore presso le ambasciate americana e inglese in Cina, fu arrestato nel 1957 e ha passato sette anni nei campi di lavori forzati in Cina. Questo brano è stato pubblicato nel 1970 sulla rivista "Selezione dal Reader's Digest" e riporta una esperienza realmente accaduta in un remoto campo di prigionia della Cina comunista ai tempi di Mao.

Da: "Selezione dal Reader's Digest"
Fascicolo di Dicembre 1970
Pagg. 25-29.

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