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Come eravamo

COME ERAVAMO

Appartengo ad una generazione singolare: le nonne tiravano l'acqua al pozzo e lavavano i panni al fiume; le figlie, premendo il bottone d'una lavatrice e spedendo una cartolina postale, hanno trasformato il bucato in un gioco televisivo, dotato di ricchi premi. I padri, con chitarra e mandolino, facevano la serenata sotto la luna; i figli vi sono saliti, con l'Apollo 11. Spinti dalla fame, i nonni emigravano col passaporto rosso; i nipoti, spinti dalla noia, vanno alle Maldive con volo charter. A trent'anni le contadine, stremate dalla fatica, ne dimostravano cinquanta; oggi le cinquantenni metropolitane, restaurate dalla chirurgia estetica, ne dimostrano trenta.
Poche generazioni hanno assistito, come la mia, a così incalzanti e radicali mutazioni di vita e di costume: la dittatura e la democrazia, la monarchia e la repubblica, la guerra e la pace, poi la guerra fredda e la pace calda, l'autarchia e la Comunità europea, il colonialismo e il terzomondismo, le braghe rotte e l'abito firmato, la campagna demografica e l'aborto, le brigate rosse e le brigate nere, il delitto d'onore e la pillola, le ghette e le Timberland, i soldi nel materasso e i fondi d'investimento, il pallottoliere e il computer, il calesse e il jet, la conversazione al caminetto e i petardi allo stadio, il terrorismo e il perdonismo, la tombola e i videogiochi, i ladri di polli e la lancia termica, i morti di spagnola e il trapianto del cuore, gli ultimi cavalleggeri e i primi bombardieri atomici.
Generazione-ponte fra l'Ottocento, terminato con gli spari di Sarajevo scambiati dalla Belle Epoque per tappi di champagne, e il Duemila, con la rivoluzione antropologica della Tv. Quella che gli specialisti chiamano accelerazione storica, lo stiparsi di tanti e contrastanti eventi in sì breve arco di tempo, ci ha invecchiati precocemente. Siamo i posteri di noi stessi. Le abitudini d'oggi non sono più quelle di ieri. Modelli di comportamento, parametri morali mutano con la rapidità con cui ci cambiamo d'abito. Abbiamo commemorato gli anni Cinquanta, poi i Sessanta come se fossero le guerre puniche, l'evoluzione tecnologica accelera la corsa del tempo in progressione geometrica. I revival, questo ricorrente singhiozzo della memoria, si succedono a intervalli sempre più corti, come i rimbalzi d'una palla sul terreno. A forza di ripetere che il futuro è già cominciato, perfino la parola moderno ci sembra vecchiotta, tant'è vero che abbiamo coniato il post-moderno. Cosicché non ci resta il tempo per lanciare uno sguardo dal ponte, considerare le nostre origini, rivisitare quel passato che, anche se è prossimo, ci sembra lontanissimo, come quando si guarda un paesaggio col binocolo rovesciato. Se lo giriamo dalla parte giusta, riscopriamo molte cose scomparse: il carrettino dei gelati a forma di barchetta; l'organino di Barberia, concerto stradale a manovella; i pantaloni alla zuava, la giacca con la martingala, il berretto alla marinara con scritto Regia Nave Duilio, le scarpe ortopediche con la suola di sughero, la camicia da notte per l'uomo, la sottoveste e il busto per la donna, d'estate la zanzariera sul letto, d'inverno lo scaldino per sgelare le lenzuola, le Massime eterne sul comodino, il vaso da notte dentro.
Sono scomparsi la matita copiativa, il calamaio, la penna col pennino che, incrociando le punte, spruzzava d'inchiostro il foglio; i geloni sulle mani, ulcerate per carenza di vitamine; i guanti di lana con i diti a metà, chiamati manopole, che consentivano agli infreddoliti scolari d'impugnare la penna; il tabarro, l'uovo di legno infilato nella calza da rammendare, su cui la donna batteva con forza il ditale per livellare il rattoppo.
Altri reperti archeologici della memoria: la pallina di vetro che sigillava la gazzosa, l'acqua di cedro per gli svenimenti, il rosolio delle zie difeso da tracannamenti clandestini mediante un segno di matita (ma l'astuto nipote vi aggiungeva altrettanta acqua); le fasce avvolte a spirale attorno al neonato, simile a un gigantesco baco da seta; il salvadanaio, cipollone di terracotta, solcato da una fessura orizzontale per le monete da cinque, dieci, venti, cinquanta centesimi, una lira, due lire (il Cavour), cinque lire (lo scudo d'argento, detto anche aquilotto). Chi possedeva dieci lire, correva in banca ad aprire un conto.
Sono scomparse le rosse stufe Becchi a tre piani, il matterello per tirare la sfoglia, il secchio di rame per attingere al pozzo, gli stampi per il budino, il bastone di malacca da passeggio, 1'orologio con la catena d'argento che congiungeva a festone i taschini del gilè, il portafogli a fisarmonica; le mutande lunghe, legate alla caviglia con due cordicelle e infilate nelle calze, mentre la camicia, infilata a sua volta nelle mutande, ne reggeva le sorti tramite una linguetta e un bottone, all'altezza dell'ombelico. Non ci sono più le caramelle d'orzo, i venditori di castagnaccio davanti alle scuole, i mandrìgoli (castagne secche), la zucca barucca, la legnosa e dolciastra carruba, il giallo e amaro lupino. Scomparse anche le stoffe di lanital, che l'autarchia aveva ricavato dal latte, trasformando l'alimento in vestimento.
Questo, sia ben chiaro, non è un catalogo della nostalgia, lacrime versate sul «buon tempo antico». Chi rimpiange la vecchia civiltà contadina, non l'ha mai conosciuta da vicino. È un arcade, che nell'attico tripli servizi, filodiffusione e idromassaggi, sogna le vaghe pastorelle montanine, i prati smeraldini, gli argentei ruscelli. Letteratura. È destino che ogni generazione calunni se stessa, rimpianga le precedenti, per poi essere rivalutata dalle successive. E quasi una legge fisica.

Cesare Marchi

Nato a Villafranca di Verona, Cesare Marchi (1922-1992), si è laureato in lettere a Padova. Giornalista e scrittore, è stato anche un personaggio televisivo di successo, per il suo garbato umorismo e la profondità delle sue osservazioni.

Da: "Quando eravamo povera gente" di Cesare Marchi
Ediz. Rizzoli, 1988
Pagg. 9-11.

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