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Il dono

IL DONO

Nella settimana precedente il Natale è morto il povero Orlan­do, il mio giardiniere di Santa Marinella. Era un abruzzese buono, candido, antico. Una parte della natura angelica degli uomini si può trovare in certi abruzzesi del contado. Il fondo di ingenuità e di «barbarie» schietta e nativa dell'arte dannun­ziana, della raffinatissima e decadente arte dannunziana, si coglie in questi abruzzesi: poveri, semplici e vicini all'essenza delle cose. Essi ignorano di essere come sono, perciò non si trasformano o deformano. Rimangono intatti coi loro senti­menti e i loro amori.
Orlando amava la fisarmonica e la moglie, Mariannina. Verso gli ultimi mesi di vita, cedendo leggermente alla corru­zione cittadina, aveva preso ad amare le motociclette. Ne desiderava ardentemente una. Finì per comprarla, a rate. La teneva vicino come un mazzo di fiori. L'adoperava per piccoli e piccolissimi percorsi, per non sciuparla. Talvolta compiva gite domenicali con la bella, giunonica Mariannina sul sellino posteriore.
Era venuto poverissimo in casa mia, con la moglie e tre figli. Vi aveva trovato alloggio e altro da servirgli per la vita. Era diventato mezzadro dell'orto, coltivava il giardino. Impa­rava a coltivarlo, anzi. Perché a dirgli cosa dovesse fare, quali piante mettere a dimora, quali alberi potare, quali siepi taglia­re, quali semi scegliere, era Ester.
Magicamente Ester conosce l'arte del giardinaggio. Non so come abbia fatto. Non so. I due grandi gelsomini, la stupenda buganvìllea, la grande collezione di geranii e di begonie, le piante grasse, le rose e le fucsie, le fresie e i lillà giapponesi e, ultimamente, una grande mimosa e due magnolie: tutti questi fiori sono usciti dalle sue piccole mani sottili. Meglio: sono usciti dalle sue grida e intemerate e comminatorie e ordini e, anche, bisogna dirlo, dalle pacate conversazioni con Orlando che adorava Ester e le diceva, dandole del tu alla maniera abruzzese: «Tu sei mia madre, consigliami tu...»; una dichia­razione piuttosto sgradita a Ester che «madre» di un uomo di trentacinque anni non le piaceva, né allora, né poi, di essere.
L'arco della piccola fortuna di Orlando, di Mariannina e dei suoi figli, saliva col crescere, col rigoglio del mio giardino. Divenne il più bel giardino tra quanti ne circondavano le ville di Santa Marinella. E stagione per stagione Ester, adoperan­do Orlando come un generale di armata adopera le sue divi­sioni, lo aveva (e lo ha) reso davvero splendido.
Noi abbiamo goduto questo giardino, sebbene in pochi mo­menti. Ma le nostre soste d'estate ai piedi della spalliera di gelsomini, guardando lo stellato e discorrendo del passato e dell'avvenire non sono più dimenticabili.
E così i nostri amici delle altre ville, vedendo il giardino mio, se ne innamoravano; chiedevano chi fosse il giardiniere così bravo ad averlo mandato avanti così. Talvolta, per vanità, mi son preso io il merito degli altri. Mi piaceva, in fondo, farmi credere capace di piantare le rose e di scegliere le pianti­ne di emerocallide.
M'accorsi, però, che gli amici e le amiche mi guardavano con qualche incredulità, volgendo gli occhi a me e poi alle aiole, per convincersi - definitivamente - della mia bugia. Smisi e lasciai che fosse Ester a rispondere. Ester diceva: «È Orlando...».
Qualcuna delle amiche (poiché l'invidia è femmina) cercò di «combinarsi» Orlando, senza successo; perché Orlando non avrebbe abbandonato la casa e chi gliel'aveva data. Si passò così ad una diffusa e larga valutazione del giardiniere. Ci ven­ne persino chiesto «in prestito». E a poco a poco Orlando divenne il curatore dei giardini di una diecina di ville. Era pagato bene. Ma doveva lavorare molto.
Fu in questo periodo che comprò, senza saperla suonare, una fisarmonica. Tentava qualche motivo, di sera, in fondo all'orto, al buio. Poi smise. Vendette la fisarmonica e comprò, a rate, la motocicletta.
Doveva uscire di notte, molto presto per il suo lavoro nelle ville, all'intorno. Non trascurava, adesso, il mio giardino, an­che perché Ester lo richiamava piuttosto rudemente ai patti. E Orlando, dicendole: «Tu sei mia madre...», eseguiva i lavori, le mutazioni, le potature, le semine e le piantagioni che ella gli ordinava. L'aiutava Mariannina.
Non sempre, però, i rapporti con i padroni e le padrone delle altre ville correvano lisci. In realtà, ognuno pretendeva dal poverino di veder fiorire (in pochissimo tempo) il giardino «come quello della signora Ester...», e questo (Orlando, non lo nascondeva) non appariva possibile. Perché, principalmen­te, il vero giardiniere non era Orlando. Ma in qualche modo ognuno finiva per contentarsi.
E così lui saliva la china di un'apprezzabile felicità, di un qualche agio, di una qualche gioia di vivere che non fosse - come ingenuamente diceva - il piacere di dormire con Ma­riannina; che lui amava come si ama una donna che ha rifiuta­to, e poi ha acconsentito, di sposarci.
È morto all'improvviso, mentre badava ad uno dei giardini affidati alle sue cure. Ha avvertito un forte male alla testa. Poi tutto s'è messo a girare attorno. S'è disteso per terra. Era con la moglie. Le ha chiesto di togliergli le scarpe e di dargli un bacio sulla bocca. Ed è morto.
Ero ammalato quando la notizia è giunta a casa, a Roma. Ester è partita subito, in macchina. Ha trovato donne urlanti vestite come le «corèute» della Figlia di Jorio: i due ragazzi e la figlia di Orlando stupiditi dal dolore. Ha trovato la villa invasa da una folla di estranei: tutta buona gente di Santa Marinella. Non si sarebbe immaginato quanti amici quell'uo­mo dolce, buono e candido, possedesse.
Naturalmente, Ester ha sistemato tutto. Ha detto il fatto loro ai «corvi» del trasporto funebre che s'erano lanciati sui poveri risparmi di Mariannina. S'è informata dalla donna quanto danaro possedesse. E Mariannina glielo ha detto.
«Non puoi pagare niente...» ha detto Ester «altrimenti resti senza un soldo». Ha provveduto. Ha pagato. Poi l'indomani, quando mi sono recato a Santa Marinella anch'io per il fune­rale, Ester timidamente (ch'è strana e mirabile cosa in lei) mi ha detto: «Sai, ho preso il "fornetto" per il povero Orlando... È costato notevolmente di più...».
Non sapevo cosa fosse il «fornetto», e non glielo chiesi. Lo vidi il giorno dopo nel piccolo cimitero nuovo, dove anch'io ed Ester andremo a dormire. Era una nicchia a muro. Il segno primo (o ultimo) di una certa dignità borghese raggiunta dalla famiglia. E così, mentre nella sera chiara e gelida mettevano il povero Orlando nel «suo fornetto» (e mi parve di scorgere una certa soddisfatta fierezza nello sguardo di Mariannina, come di chi va in automobile per la prima volta) Ester mi sussurrava all'orecchio: «Poverino, non ha avuto nulla nella vita. Non gli si poteva negare il "fornetto"».
Giovanni Artieri
Giovanni Artieri (Napoli, 1904 – Santa Marinella, 1995), giornalista e storico, venne eletto Senatore per due legislature. Autore di una trentina di libri, soprattutto di storia contemporanea o dedicati alla sua città natale, negli ultimi anni della sua vita si era ritirato, con la moglie Ester, a Santa Marinella, nei pressi di Roma, dove morì nel 1995.

Da: "Italia mia" di Giovanni Artieri
Ediz. Mondadori, 1992
Pagg. 65-68.

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