Calendar

Social Networks

Canale YouTubePagina FacebookPagina TwitterPagina Google+

Canale YouTube

Warning: file_get_contents(http://gdata.youtube.com/feeds/api/playlists/PLmBo4agHHMG8KNsA43Lxeirng8AzAOST8): failed to open stream: HTTP request failed! HTTP/1.0 410 Gone in /htdocs/public/www/modules/mod_playlistyoutube_jm/tmpl/default.php on line 27 Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /htdocs/public/www/modules/mod_playlistyoutube_jm/tmpl/default.php on line 34

Chi è online

Abbiamo 48 visitatori e nessun utente online

  • facebook
  • pic
  • pic
  • pic
  • pic
  • pic
  • pic

Il buon Gigino

IL BUON GIGINO

– Come si chiamava?
– Si chiamava – ma sì! sarà stato un nome preso a prestito; – si chiamava Gigino Bindelli.
– Di dov'era?
– Vattel'a pesca di dov'era: gente che gira il mondo che vuole che ne sappia?
– E così?
– E così, signor mio, l'avrebbe dovuto vedere con quella sua facciola da mammamia, con quella cera di santificetur, mani in croce, capino in seno, tutto Gesù e Madonne. Il curato ci diceva sempre: Vedete Gigino, specchiatevi in Gigino, pigliate esempio da Gigino. In chiesa faceva tutto lui; era sagrestano, scaccino, campanaro; ih! Bisognava vedere que' santi com'e' li puliva, come li lisciava, come stava loro dattorno le mezze giornate. Guai, se trovava uno scaracchio a terra; sentiva che litanie! Poi lì le ore a scoronciare e a spaternostrare. La Lena non rifiniva...
– Chi Lena?
– La serva del curato, ah? Non rifiniva di dire: o che sant'omo! O che omo di Dio! Tra lei e don Procopio se lo levavano in palma di mano. Un giorno capita di non so dove un certo figuro, lungo lungo, secco, secco, il vero ritratto della miseria, con un gran gabbanone indosso tutto sbrendoli e frittelle, una zazzera abbatuffolata che pareva di capecchio, certi scarponacci a pianta, un cappellaccio con du' palmi di tesa, e una faccia da Sant'Uffizio che Dio vi guardi. Chi sarà, chi non sarà? E' ti va dritto alla cura, e picchia, e domanda di suo cugino Gigi. Gigi vien fuori, e vedutolo grida: Gua', se' tu, mala zeppa? O come concio a questo modo, mangiapane, disutilaccio che tu sei? E così dicendo se lo tita dentro. Noi qua dall'oste si diceva: chi sa che prediche gli fa ora. Stettero insieme un'oretta, poi si vide uscir quel figuro con un involtino, che parea di panni, sotto il braccio, e Gigino lo abbracciò sull'uscio; e, quando colui ebbe fatti alcuni passi, gli gridò dietro: Bartolommeo, dammi retta; muta registro, figliuolo, se no tu finisci male, tu finisci; tu vai a casa bollita, tu vai. Que' pochi spiccioli tienteli da conto sai, perché io t'ho dato tutto quello che avevo, e son rimasto senza un quattrino. Vai ora, che Dio ti benedica! E Bartolommeo, ciondolon ciondoloni, chiotto chiotto, guardandosi le punte delle scarpe, se ne andò per la via ch'era venuto, e fuori del villaggio ci fu chi lo vide accozzarsi con altri due o tre facce di manigoldi, e andarsene con loro in compagnia. Che ora sarà?
– È un or di notte. Dunque?
– Dunque passano tre o quattro giorni. Una mattina, eravamo levati già da un pezzetto, la Masa mi dice: o che sarà che non suona avemmaria stamani? Guà, tu ha' ragione, rispondo io, è già fatto tardi; che sarà? Passa un'altra oretta, io vengo fuori, e arrivo qua in piazza. Guardo verso la cura, e vedo porte e finestre tutto serrato. E' dormono della grossa stamani, dissi tra me. Trovo qua Sandro oste, Pippo magnano, e Togno bottajo. Ohe, Sandro, dico io, ha' tu sentito sonare avemmaria? Io non ho sentito una saetta, dice lui. E tu Pippo? Io neanche. E tu Togno? Neanche. È curiosa: che vorrà dire? Intanto vengono altri quattro o cinque. Io allora dico: andiamo un po' là a vedere. Andiamo, dicono quelli. Arrivati alla porta cominciamo a picchiare: nessuno risponde; a gridare e a chiamare; come dire al muro. Qui è successo qualcosa, dice Pippo; corre in bottega, e torna con tanaglie, martello, e scarpello. Dagli, picchia e mena, in un quarto d'ora ebbe sconficcata la serratura, e noi dentro tutti quanti in frotta; e che ti troviamo?
– Che mai?
– Ti troviamo la Lena e il curato, tutt'a due in terra, legati come due salami, e con tanto di stoppaccio in bocca, perché non potessero gridare. Avevano gli occhi fuor della testa, ed erano più morti che vivi. Per casa poi una rovina, un subisso; cassettoni sfondati, armarii aperti, panni buttati qua e là, tavole e sedie sossopra; e in un cantone il cappellaccio del cugino Bartolommeo. Il curato, riavutosi un poco, badava a dire: Ah, pezzo da galera! Ah ladro impiccato! Con quel viso da Sant'Antonio! Andatevi a fidare! E non c'era verso di levargli altro di bocca. Entrammo in chiesa, e anche là avevano fatto repulisti: calice, patena, ostensorio, candelieri, avevano portato via tutto, fino alla tovaglia dell'altare.
– E poi?
– E poi ne ha saputo nulla lei?
– E don Procopio?
– Don Procopio è ancora dietro a rifare a poco a poco tutta la roba che gli hanno portato via, e avrà da stentar dell'altro. Se lei lo vuol far montare in bestia con due parole, gli butti là il nome del buon Gigino, e vedrà.


Arturo Graf

Arturo Graf (Atene, 1848 – Torino, 1913), nato in Grecia da padre tedesco e madre italiana, fu scrittore, poeta e critico letterario. Laureatosi in giurisprudenza, fu docente di Letteratura presso le Università di Roma e di Torino. Nelle sue opere in versi si trova un primo accenno al simbolismo cristiano e, verso la fine della sua vita, vi è un graduale avvicinamento alla religione (come in "Ecce Homo - Aforismi e Parabole" del 1908).

Da: "Poesie e novelle" di Arturo Graf
Ediz. Ermanno Loescher, Roma 1876
Pagg. 341-344.
Il brano è stato tratto dal volume, non più in commercio, consultabile presso la Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele" di Roma.

Ritorna alla pagina "Antologia"