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Caprera

CAPRERA

29 gennaio 1923.

Un sottufficiale di marina m'apre il cancello. Sono nel cortile della casa di Giuseppe Garibaldi. Si sa, questo luogo sembra di conoscerlo a mente. La prima volta lo vidi che ero bambino, in una stampa dell'Emporio Pittoresco: il pino a due tronchi, e ai suoi piedi il sedile, e di fronte il fico; la casetta nana con due finestre e una porta, la prima casa che egli si costruí a Caprera; e accanto, l'altra, appena più alta, di legno. Tutto, nella realtà, mi sembra oggi più grande e insieme più piccolo: oggetto per oggetto, le case, il pino, le por­te, mi sembrano più piccole di quel che immaginai allo­ra; ma l'aria, il cielo, la pallida luce e questo soffio di vento che sale a tratti dal mare, pare che dilatino lo spa­zio come mi dilatano il cuore. Finisco ad appoggiare una mano sul tronco del pino. A destra dove il terreno discende verso l'uliveto che Garibaldi piantò, splende un mandorlo fiorito.
Dallo spiazzo fra le tre case scendo verso la tomba, lungo una scogliera bruna coperta di gerani. Fuori d'una garitta monta la guardia, come sempre, una sentinella armata: oggi è un carabiniere. Suolo, alberi, muri, pie­tre, ogni cosa è linda, spolverata, ordinata, vigilata. Sul masso di granito che chiude la salma sta inciso in nero: «Garibaldi». Ecco, mi torna alla memoria che in quella stampa di quando ero bambino si vedeva presso la sua casa lui stesso in piedi, di faccia, appoggiato alle due grucce. E d'un tratto, questo bianco cielo e il livido mare e il paese selvaggio e le rupi scoscese e i pini contorti e il rozzo granito in cui l'ha sepolto un'Italia senza stile, mi sembrano uno scenario vuoto e melodrammatico, adesso che lui ne è scomparso. Garibaldi anacoreta, Garibaldi nel presepe, Garibaldi con la pecorella tra le braccia come il Buon Pastore, no. Garibaldi s'è rifugiato, s'è riposato qui, è morto qui; ma ha vissuto altrove, là dove ha agito, là dove c'erano uomini contro lui o dietro a lui, da villa Pamphily a Bezzecca, dove

s'udivano
passi in cadenza ed i sospiri
de' petti eroici nella notte.

Mi fanno entrare nelle stanze che furono sue e che si chiamano oggi Museo. Niente. Le corone di bronzo, di ghisa, d'argento, di porcellana, di stoffa, dì fiori secchi, i nastri, le pergamene, i proclami, le targhe hanno nascosto dalle travi al pavimento anche le pareti della sua casa. Qualche mobile, qualche reliquia stinta s'intravvedono a mala pena sotto questa coltre di seccume: un armadio, una sedia, la carrozzella, le grucce, il letto dov'è morto, di ferro nero con la zanzariera, col guanciale su cui ancóra si scorge come sul santo sudario l'impronta del capo nel sudare dell'agonia, e sotto il guanciale il suo scialle scozzese, rosso e turchino, tra sacchetti di canfora. Ai piedi del letto, dalla sbarra di ferro pende una frangia di nastri neri intessuti di giallo; i nastri delle navi i cui marinai sono saliti in pellegrinaggio quassù. E l'omaggio più modesto e commovente. Ma chi lo nota dentro questa farraggine, in questa penombra da cripta, ché palme e corone hanno tappato tutte le finestre meno una, han tolto anche l'aria e la luce dalla stanza di questo eroe inimmaginabile fuori del sole, del campo aperto, del libero mare? Pure una cosa viva c'è, piccola, umile, appena più bianca del lenzuolo su cui l'han posata: è una rama di violacciocche candide, fresca e fragrante; e nell'odor di chiuso, di vecchio, di canfora, il suo profumo dolce, ora che l'ho sentito, non mi lascia più. Interrogo il sottufficiale di guardia. - Donna Francesca ogni mattina viene qui, da quarant'anni, e depone sul guanciale i suoi fiori. - Ma quanti anni ha donna Francesca Garibaldi? - Ne avrà quasi ottanta. - E si può riverirla? - Vado a chiederglielo.
Francesca Armosino, l'ultimo amore di Garibaldi, la madre dei suoi tre ultimi figli, la madre di Clelia, di Rosita, di Manlio. Mi sembra che per quel fiore, per questo nome, questa folla di reliquie funebri cominci a riprendere vita come ad un tocco magico. Per andar da lei, giro intorno alla casa, esco su un viottolo che guarda il mare. Una vecchia fantesca mi fa entrare in una cucina. Sul fornello bolle la pentola d'una colazione frugale. Ecco Donna Francesca, vegeta, solida, semplice e sorridente: volto aperto, zigomi larghi, sopracciglia alte, occhi d'acciaio, carnagione accesa, i capelli bianchi lucidi attorti sul sommo del capo. È vestita d'un giaccone di maglia nera con la cintura lenta, alla moda, d'una gonna a righe bigie e nere. Porta alle orecchie due pallidi brillantini che le donò lui, legati all'antica; al collo una catena d'oro con una miniatura della figlia Clelia. Mi fa entrare nel salotto che è la camera da pranzo. Mi fa accomodare sopra un divano rosso, vi dispone un cuscino ella stessa, cordiale e ospitale. E finalmente mi parla di lui, materna piana e senza enfasi.
- Quando lo portai nella stanza dov'è morto? Fu nel 1880, pel suo compleanno, il 4 di luglio. Nell'aprile mio marito aveva avuto un attacco dei suoi reumi. Due medici m'avevano detto: - Ne avrà per tre mesi, fino al caldo. - Lui si lamentava che dal nostro letto non vedeva il mare. Senza il mare soffocava. Allora io pensai di fargli preparare la stanza in fondo, la stanza dove è stato lei. Ma gli volli fare un'improvvisata. Bisognava spianare la roccia là davanti, e far tutto in tre mesi. Trovai per fortuna due scalpellini che lavoravano di là dalla Maddalena, alla Cala francese. Due muratori li feci venire da Livorno, Agostino e Riccardo. Ma parlai chiaro: - Io vi dò quello che chiedete, se finite il lavoro pel quattro luglio. Se no, non vi dò niente. - E il contratto lo feci mettere in carta. A mio marito nascosi tutto. Dissi solo che avrei fatto ingrandire la porta là dietro per potere, caso mai, portare fuori all'aria aperta il suo letto. - Costerà molto, - mi diceva. - Ma no, - gli rispondevo. E lui: - Fai tu, Francesca, quello che vuoi, e sarà ben fatto. - Dal suo letto mio marito udiva i colpi dei martelli sui sassi. - Ingrandiscono la porta. Ma quanto ci lavorano... Bada, costerà molto. - Feci venire da Livorno un letto di ferro, lei l'ha veduto, con la zanzariera, e un bel lampadario e le sedie nuove e una poltrona. Feci venire anche alcuni vasi di gardenie, il fiore che egli amava di più; e qui non ce n'era. Intanto alla Maddalena, i pescatori avevano fondato una banda musicale. Vennero su a chiedermi il permesso di nominare Manlio loro presidente, e il regalo di una bandiera. Il tricolore potevo cucirlo, ma senza stemma ché era troppo difficile. Col tricolore per la banda cucii tante altre bandiere per addobbare la stanza nuova. E venne il quattro di luglio. - Adesso tu lasci fare a me, - dissi a mio marito. E lo vestii e lo ravviai e lo posi nella carrozzella. Si capisce, io sola, con le mie braccia. Ero forte, sa, allora. E da quando ci siamo conosciuti, mio marito non l'ha toccato nessuno. Io sola l'alzavo, lo mutavo, lo mettevo nel bagno, lo mettevo a letto, lo portavo sulla carrozzella.
Parla sempre pacata, stampando le parole con certi o fondi che sembravano u. Parla senza far gesti, avvolgendo e svolgendo con due dita il lungo nastro della cintura. Guardo l'ossatura gagliarda di questa donna; nella sua chioma canuta i pochi capelli che sono rimasti neri; le sue labbra larghe e diritte, gli occhi di volontà, d'un grigio azzurro come quello che è oggi in fondo al cielo là dove traspare il sereno. Donna da guerriero, senza stanchezza e senza paura.
- Io camminavo all'indietro tirando la carrozzella e guardando lui che era beato. Traversammo la stanza da pranzo dove adesso sta l'album delle firme. Poi l'altra che era il salotto. Aprii con una spallata la porta della stanza nuova che era tutta piena di sole, capirà, di luglio e con le finestre spalancate, ché adesso stanno chiuse per le corone. Lui per un minuto non fiatò. Guardava il letto, le finestre, la porta, il lampadario, le bandierine, le gardenie fiorite. Allora al segnale di Manlio la banda di Maddalena che era fuori sotto al pino, intonò l'inno. E mio marito scoppiò a piangere, a piangere, e mi baciava le mani e mi tirava giù per baciarmi in faccia, e poi baciava i ragazzi, e tornava a piangere. Ripeteva: - Ringraziate la mamma, ringraziate la mamma. - Per un quarto d'ora non riuscii a calmarlo.
S'alza di scatto, perché non vuole commuoversi, non vuole che io la veda commossa: - Guardi, di qui vede la porta di quella stanza. Sulla rosta, guardi, avevo fatto col ferro scrivere la data del nostro matrimonio.
La data del matrimonio, col ferro. Mi torna dall'infanzia il confuso ricordo delle lotte per quel matrimonio, delle lettere impazienti del generale, della difesa di Mancini. Sul comò son posate quattro mammole appena còlte. - Le vuole? - Le bacio la mano. Esco stringendo quelle violette come un tesoro. Le ha còlte, me le ha date la mano della donna che Garibaldi ha adorata, ha baciata, ha difesa come l'ultimo suo bene. Fuori s'è alzato un gran vento. Il cane bianco e nero abbaia festoso. – Barí... Barí... Lo chiamo Barí perché era il nome del cane del povero Manlio.
Non voglio veder altro. Museo, corone, reliquie, sentinelle d'onore: tutto è niente al confronto di quest'amore femminile ancóra caldo e vibrante al ricordo di lui, al contatto di lui.
Quando risalgo sul postalino, un passeggero mi chiede: - L'ha veduto il pettine di Garibaldi e i capelli e il portasalvietta di perline verdi?


Ugo Ojetti

Ugo Ojetti (Roma, 1871 – Firenze, 1946), giornalista, scrittore e critico d'arte, collaborò con diverse testate e fu direttore del "Corriere della sera". Volontario nella Grande Guerra, fu nominato Accademico d'Italia nel 1930. Nella raccolta "Cose Viste", in 7 volumi, sono contenuti articoli di vario genere che scrisse nell'arco di 15 anni. Fu profondo conoscitore e appassionato studioso di arte e ha pubblicato sull'argomento diversi libri.

Da: "Cose Viste" di Ugo Ojetti
Ediz. Avagliano, Cava de' Tirreni 2002
Pagg. 47-52.

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